Persepolis, il bianco e nero di Marjane Satrapi tra rivoluzione ed esilio

Dalla graphic novel autobiografica al film premiato a Cannes nel 2007. Satrapi e Vincent Paronnaud raccontano l'Iran dal 1979 in poi con un'animazione essenziale e fedele al segno del fumetto.

Marjane Satrapi (2007)
Immagine: Giorgio Montersino · CC BY-SA 2.0 · Wikimedia Commons

Una bambina di Teheran parla con Dio, che ha la barba bianca e somiglia a Marx. Ascolta i racconti dello zio rivoluzionario, appena uscito di prigione. Più tardi, adolescente, compra al mercato nero cassette degli Iron Maiden e indossa una giacca con la scritta Punk is not ded, sgrammaticata. In Persepolis la grande storia arriva sempre filtrata dallo sguardo di Marjane, e questo sguardo è disegnato con una semplicità che ne amplifica l'effetto.

Dal fumetto al cinema

Marjane Satrapi pubblicò Persepolis tra il 2000 e il 2003 con la casa editrice francese L'Association, in quattro volumi. Il fumetto, autobiografico, racconta la sua infanzia durante la rivoluzione islamica del 1979, la guerra con l'Iraq, l'adolescenza a Vienna dove i genitori la mandano per proteggerla, il ritorno in Iran e la partenza definitiva per la Francia.

Il successo internazionale del libro portò a un adattamento cinematografico, che Satrapi decise di dirigere personalmente insieme a Vincent Paronnaud, fumettista conosciuto con lo pseudonimo Winshluss. Il film uscì nel 2007, fu presentato in concorso a Cannes e ricevette il Premio della giuria. Ottenne in seguito una candidatura all'Oscar per il miglior film d'animazione.

Bianco e nero, quasi sempre

La scelta grafica principale è la fedeltà al segno del fumetto. Il film è quasi interamente in bianco e nero, con grandi campiture nere e contorni netti, figure stilizzate che ricordano le xilografie e le illustrazioni espressioniste. Le sole sequenze a colori sono quelle ambientate nel presente, all'aeroporto di Orly, dove Marjane adulta aspetta un aereo che non prenderà e ripercorre la propria vita.

L'animazione è tradizionale, disegnata su carta. Lo stile asciutto non impedisce variazioni. Il racconto della storia dell'Iran che il padre fa alla bambina è messo in scena come un teatro di marionette. La guerra si traduce in silhouette, ombre, corpi neri su fondi bianchi. Il passaggio del tempo è segnato da metamorfosi grafiche. Il bianco e nero diventa un modo di stilizzare la violenza senza edulcorarla.

La nonna

La figura più amata del film è la nonna di Marjane, che mette petali di gelsomino nel reggiseno per profumare e dispensa consigli morali di disarmante semplicità. È lei a ricordare alla nipote di restare integra, di non dimenticare da dove viene, di non lasciarsi umiliare.

Nella versione francese la voce della nonna è di Danielle Darrieux, mentre Catherine Deneuve e Chiara Mastroianni, madre e figlia anche nella vita, interpretano rispettivamente la madre di Marjane e Marjane adulta. Questa scelta di casting dà al film una profondità generazionale anche nel suono.

Esilio e ritorno

La parte viennese è quella in cui il film mostra la solitudine dell'esule. Marjane si sente straniera tra coetanei europei che giocano all'anarchia senza conoscere la repressione. Si innamora, viene tradita, finisce a dormire per strada. Il ritorno a Teheran non risolve nulla: ora è straniera anche lì, in un paese dove deve coprire i capelli e dove le feste si fanno di nascosto.

Una delle scene più riuscite mostra Marjane, depressa dopo il ritorno, che si risolleva cantando Eye of the Tiger in camera sua, in modo goffo e liberatorio. È un momento di commedia che arriva nel punto più cupo del racconto e restituisce l'umorismo che pervade il fumetto.

La politica

Persepolis è un film politico senza essere un manifesto. Critica la monarchia dello scià, la repressione della Repubblica islamica, l'ipocrisia della società iraniana, ma anche il paternalismo degli occidentali. La presentazione a Cannes suscitò proteste da parte delle autorità iraniane.

Il film ha avuto una grande influenza sull'animazione documentaria e autobiografica degli anni successivi, aprendo la strada a opere come Valzer con Bashir, uscito l'anno dopo. Ha dimostrato che il disegno, anche il più semplice, può raccontare la storia contemporanea con una forza diversa e complementare a quella del documentario dal vero.

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