Neon Genesis Evangelion, la serie robotica che parlò di depressione in prima serata
Nel 1995 la Gainax e Hideaki Anno trasformarono il genere dei robot giganti in un'indagine sulla solitudine. Struttura, tecniche e controversie di una serie che ha diviso il pubblico.

Shinji Ikari ha quattordici anni. Il padre, che non vede da anni, lo convoca a Tokyo-3 non per riabbracciarlo ma per ordinargli di pilotare un robot gigante contro una creatura misteriosa. Shinji rifiuta. Poi vede una ragazza ferita su una barella, costretta a combattere al posto suo, e accetta. Il primo episodio di Neon Genesis Evangelion, trasmesso da TV Tokyo nell'ottobre 1995, mette in scena già tutto: un adolescente che non vuole essere un eroe e adulti che lo usano.
Dentro il genere robotico
Evangelion è prodotto dalla Gainax, con animazione affidata anche a Tatsunoko, e diretto da Hideaki Anno. Il character design è di Yoshiyuki Sadamoto. Sul piano formale rispetta molte regole della serie robotica: un'organizzazione segreta, la Nerv, robot da combattimento, nemici che arrivano uno a episodio, chiamati Angeli.
Ma tutto è leggermente spostato. Gli Eva sono più organismi che macchine, collegati ai piloti da un legame emotivo e fisico. I combattimenti sono spesso brevi, goffi, dolorosi. Gli adulti, dalla responsabile operativa Misato Katsuragi al padre Gendō, sono figure ferite, incapaci di proteggere i ragazzi.
Tre piloti
La serie ruota attorno a tre adolescenti.
- Shinji, che fugge dai rapporti per paura di essere ferito.
- Rei Ayanami, silenziosa, distante, con un'origine misteriosa.
- Asuka Langley Sōryū, brillante e aggressiva, che nasconde una profonda fragilità.
Il loro rapporto sfrutta un'immagine psicoanalitica che la serie cita esplicitamente, il dilemma del porcospino: più ci si avvicina, più ci si punge. Anno attraversava un periodo di depressione negli anni precedenti, e ha detto di aver messo molto di sé nei personaggi.
Simboli e riferimenti
Evangelion è pieno di immagini religiose, croci, l'albero della vita della Cabala, nomi presi dalla tradizione ebraico-cristiana. Molti commentatori, compresi alcuni membri dello staff, hanno spiegato che questi elementi erano scelti soprattutto per il loro fascino esotico in Giappone, più che per costruire una teologia coerente. Questo non ha impedito ai fan di produrre interpretazioni di ogni tipo.
Più importanti, per capire la serie, sono le influenze cinematografiche e televisive. I tokusatsu come Ultraman, i film di guerra giapponesi, i robot degli anni Settanta e Ottanta.
Animazione povera e coraggiosa
La produzione fu complessa, con tempi e budget sempre più stretti. Anno e il suo staff trasformarono le difficoltà in soluzioni espressive. Alcune scene restano ferme per lunghi secondi, con i personaggi immobili e solo il rumore delle cicale. Il celebre episodio con l'ascensore mostra Rei e Asuka in silenzio per quasi un minuto.
Gli ultimi due episodi abbandonano la trama esterna e si svolgono interamente nella mente di Shinji, con disegni a matita, fotografie, cartelli di testo, schizzi. Una parte del pubblico li considerò un tradimento, altri un finale coerente. La polemica fu tale che la Gainax produsse un nuovo finale cinematografico, The End of Evangelion (1997).
Un fenomeno culturale
In Giappone la serie diventò un caso nazionale, discusso da critici, sociologi, giornali. Contribuì al boom delle serie notturne per un pubblico adulto e alla nuova centralità degli otaku come mercato. Fece anche esplodere il merchandising, a partire dalle figure dei personaggi femminili.
Anno è tornato su Evangelion con i quattro film di Rebuild, conclusi nel 2021. La serie originale resta però l'opera di riferimento, imperfetta e personalissima. Ha dimostrato che un genere commerciale come quello dei robot poteva contenere il ritratto di un ragazzo che non sa come vivere.


