Michaël Dudok de Wit, il pennello giapponese di un olandese che racconta il tempo
Con Padre e figlia ha vinto l'Oscar, con La tartaruga rossa ha firmato un lungometraggio senza dialoghi. Il cinema essenziale di Michaël Dudok de Wit.

Una bambina saluta il padre che si allontana in barca su un fiume e non tornerà più. La ritroviamo ragazza, poi donna, poi anziana, mentre continua a tornare sulla riva in bicicletta. In otto minuti senza parole, Padre e figlia racconta un'intera vita e un lutto che non si chiude. Il film vinse l'Oscar per il miglior cortometraggio d'animazione nel 2001 e fece conoscere a un pubblico più ampio Michaël Dudok de Wit, un autore che lavora per sottrazione.
Formazione
Michaël Dudok de Wit nacque nei Paesi Bassi nel 1953. Studiò incisione a Ginevra e poi animazione al West Surrey College of Art and Design, in Inghilterra, dove realizzò il suo cortometraggio di diploma. Si stabilì a Londra e lavorò per anni nell'animazione pubblicitaria, che gli permetteva di affinare la tecnica e di finanziare i progetti personali.
La sua strada, però, è stata fin dall'inizio quella del cortometraggio d'autore.
Il monaco e il pesce
Il suo primo cortometraggio importante è Il monaco e il pesce, del 1994, prodotto in Francia dallo studio Folimage. Un monaco scopre un pesce in una vasca del monastero e cerca in ogni modo di catturarlo. L'inseguimento diventa una danza, e poi una sorta di unione mistica. Il film, accompagnato da una musica ispirata alla Folia, fu candidato all'Oscar.
Già in questo film si vede lo stile di Dudok de Wit: un tratto essenziale, influenzato dalla calligrafia e dalla pittura a pennello dell'Estremo Oriente, che descrive i personaggi con pochi segni neri su fondi ad acquerello. Le figure sono piccole nel paesaggio, e il movimento è morbido e fluido.
Padre e figlia
In Padre e figlia lo stile si fa ancora più rarefatto. I personaggi sono spesso visti da lontano, sagome scure contro paesaggi orizzontali di sabbia, acqua e cielo, con lunghe ombre. Il film fu realizzato con matita, carboncino e colore, con una texture granulosa che ricorda il disegno su carta ruvida. La musica, basata su un valzer di Iosif Ivanovici, Le onde del Danubio, dà al film un andamento ciclico.
Il tema centrale è il tempo che passa. La bambina cresce, la bicicletta cambia, il paesaggio si modifica con le stagioni. Ma il gesto di tornare sulla riva resta lo stesso. È un'idea che Dudok de Wit ha ripreso più volte, con un tono malinconico che evita il sentimentalismo.
Nel 2006 realizzò The Aroma of Tea, un breve film sperimentale in cui le immagini, dei punti che si muovono su un percorso, sono dipinte con il tè.
La tartaruga rossa
Alcuni anni dopo lo Studio Ghibli, che aveva apprezzato Padre e figlia, propose a Dudok de Wit di realizzare un lungometraggio. Era la prima volta che lo studio giapponese coproduceva il film di un regista straniero. Il progetto nacque come coproduzione con la società francese Wild Bunch, e fu realizzato in gran parte in Francia, con la supervisione artistica di Isao Takahata.
La tartaruga rossa uscì nel 2016. Racconta di un naufrago che si ritrova su un'isola deserta e cerca più volte di fuggire su una zattera, finché una grande tartaruga rossa gliela distrugge. Da quel momento la storia prende una piega fantastica. Il film non ha dialoghi, e affida tutto all'immagine, al suono della natura e alla musica.
Lo stile combina personaggi disegnati a mano, con il tratto essenziale tipico dell'autore, e paesaggi dipinti a carboncino e colore digitale. La tartaruga rossa ha ricevuto un premio speciale nella sezione Un Certain Regard al Festival di Cannes ed è stato candidato all'Oscar.
Il cinema del poco
Dudok de Wit è un autore di pochi film, tutti molto meditati. Il suo contributo all'animazione 2D sta nella dimostrazione che si possono raccontare emozioni profonde con un numero minimo di elementi: una linea, un paesaggio, un ritmo. Il suo stile ricorda che l'animazione non ha bisogno di dettagli per essere precisa, e che il vuoto, lo spazio, il silenzio possono essere elementi di racconto.


