Kirikù e la strega Karabà, la fiaba africana di Michel Ocelot

Un neonato che parla, cammina e salva il suo villaggio da una strega. Il film del 1998 di Michel Ocelot ha portato in Europa una fiaba ispirata all'Africa occidentale con un'estetica pittorica e frontale.

Michel Ocelot 2012
Immagine: Nicolas Richoffer · CC BY-SA 4.0 · Wikimedia Commons

Kirikù parla ancora prima di nascere. Dal ventre della madre chiede di venire al mondo, nasce da solo, si taglia il cordone ombelicale e annuncia di voler andare a sconfiggere la strega Karabà. È piccolissimo, poco più alto di un piede, nudo, veloce. Fa domande in continuazione. Questa fiaba, ambientata in un villaggio dell'Africa occidentale, ha fatto di Michel Ocelot uno degli autori più riconoscibili dell'animazione europea.

Un'infanzia in Guinea

Ocelot è cresciuto in parte in Guinea, dove la sua famiglia si trasferì quando era bambino, e ha spesso raccontato che il film nasce da quella esperienza e da una lettura di racconti tradizionali africani. Kirikù e la strega Karabà, uscito nel 1998, non adatta una fiaba precisa, ma ne inventa una nuova attingendo a motivi e personaggi della tradizione orale.

La strega Karabà ha prosciugato la sorgente del villaggio, rapito o divorato gli uomini, e domina gli abitanti con la paura grazie ai suoi feticci, guerrieri di legno animati. Kirikù, con l'aiuto della madre e del nonno, il Saggio della Montagna, scopre che la cattiveria di Karabà ha una causa: una spina avvelenata conficcata nella schiena, che le provoca un dolore continuo.

Lo stile di Ocelot

Ocelot lavora con un'estetica frontale e decorativa. I personaggi sono spesso ripresi di profilo o di fronte, come nelle pitture murali egizie o nelle miniature persiane, e gli ambienti sono composti come scenografie teatrali. La vegetazione della savana e della foresta, con le sue foglie stilizzate e i fiori enormi, fa pensare alla pittura del Doganiere Rousseau.

I colori sono pieni, vivaci, senza sfumature eccessive. I corpi dei personaggi, scuri e lucidi, sono resi con un'eleganza grafica che evita le caricature tipiche di tanta rappresentazione occidentale dell'Africa. Ocelot volle che i personaggi fossero mostrati nudi o seminudi, come nei villaggi tradizionali, e questa scelta creò difficoltà nella distribuzione in alcuni paesi.

L'animazione è più semplice e meno fluida di quella dei grandi studi, con movimenti essenziali. Non c'è niente di povero, tuttavia: la limitazione dei mezzi diventa precisione formale, e ogni inquadratura è costruita con cura.

Un eroe che domanda

Kirikù non vince con la forza. È troppo piccolo per combattere. Vince con l'intelligenza, la curiosità, l'ostinazione nel chiedere il perché delle cose. La sua domanda ricorrente, perché la strega è cattiva, è il centro del film. La risposta, la spina nella schiena, trasforma il racconto da lotta contro il male a storia di guarigione.

Il finale, che non conviene rivelare per intero, sorprende per la sua dolcezza e per il modo in cui risolve il rapporto tra Kirikù e Karabà. È un'idea di giustizia lontana dalla punizione del cattivo, centrata sulla comprensione.

La musica e le voci

La colonna sonora è del musicista senegalese Youssou N'Dour, che mescola strumenti tradizionali africani e voci corali. Nella versione francese originale, le voci sono state affidate in gran parte ad attori africani, scelta che contribuisce all'autenticità del film.

Kirikù e la strega Karabà ebbe un'accoglienza calorosa in Francia e diventò un caso di passaparola, aprendo la strada a un rinnovamento dell'animazione francese. Ocelot ne ha realizzato due seguiti, Kirikù e gli animali selvaggi nel 2005 e Kirikù e gli uomini e le donne nel 2012, che raccontano altre avventure ambientate nello stesso periodo. Il film originale resta il punto di riferimento: una fiaba che rispetta la propria fonte culturale e che crede nell'intelligenza del suo pubblico, bambini compresi.

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