L'uomo che piantava gli alberi, la matita di Frédéric Back sul racconto di Giono

Un pastore solitario che pianta querce in una valle deserta della Provenza. Il cortometraggio del 1987 è disegnato a matite colorate su acetato smerigliato e ha vinto l'Oscar.

Montagne de Lure - Vue vers le nord
Immagine: Dominique Dardenne · CC BY-SA 3.0 · Wikimedia Commons

Ogni immagine sembra nascere mentre la guardiamo. Le linee si formano, si muovono, si trasformano in altre linee. Una collina diventa un volto, un volto diventa un albero, un albero diventa un paesaggio. L'uomo che piantava gli alberi, cortometraggio di una trentina di minuti realizzato da Frédéric Back nel 1987, è un film in cui il disegno non si ferma mai, e in cui la tecnica è inseparabile dal racconto.

Il racconto di Giono

Il soggetto viene da un breve racconto dello scrittore francese Jean Giono, pubblicato negli anni Cinquanta. Narra la storia di Elzéard Bouffier, pastore che vive da solo in una zona arida e spopolata delle Alpi provenzali. Ogni giorno, con pazienza assoluta, pianta cento ghiande. Per decenni, attraverso due guerre mondiali, senza che nessuno se ne accorga, continua a piantare. La valle si trasforma: gli alberi crescono, l'acqua ritorna, i villaggi abbandonati si ripopolano.

Il narratore è un giovane che incontra Bouffier durante un'escursione e torna a trovarlo più volte nel corso della vita, testimone della rinascita della regione. Molti lettori, all'uscita del racconto, credettero che Bouffier fosse esistito davvero. Giono chiarì in seguito che era un personaggio inventato.

La voce narrante, fondamentale nel film, è affidata nella versione francese a Philippe Noiret e in quella inglese a Christopher Plummer.

La tecnica

Back, cresciuto in Francia e trasferitosi in Canada, lavorava per Radio-Canada, la televisione pubblica canadese, che ha prodotto il film. La sua tecnica è molto particolare. Disegna con matite colorate su fogli di acetato smerigliato, cioè trattato in modo da avere una superficie opaca e granulosa che trattiene il colore. Ogni fotogramma è un disegno completo, con personaggi e ambienti insieme, senza la separazione in livelli dell'animazione tradizionale.

Questo metodo permette metamorfosi continue. Non ci sono stacchi netti: le immagini fluiscono l'una nell'altra, come nei sogni. Il paesaggio respira, cambia colore con le stagioni, si popola di dettagli e poi si svuota. Il tratto della matita, con la sua vibrazione, dà a tutto il film una qualità calda e viva.

Back lavorò al film per anni, quasi interamente da solo con un'assistente. Secondo quanto raccontato più volte, lo sforzo visivo prolungato gli danneggiò la vista di un occhio.

Il colore della speranza

La struttura cromatica del film segue il racconto. All'inizio il paesaggio è spoglio, dominato da grigi, ocra, marroni pallidi. Il vento soffia su terre aride, i villaggi sono in rovina, gli abitanti sono ritratti come figure rabbiose e infelici. Man mano che gli alberi crescono, il colore si arricchisce: verdi, gialli, azzurri. Nella parte finale, con la valle rinata e i nuovi abitanti che vi si stabiliscono, l'immagine è luminosa e piena.

Le guerre sono rappresentate con sequenze più cupe, in cui le linee diventano frenetiche e i colori si spengono. Ma Bouffier resta indifferente alla storia, continua a piantare, e il film lo mostra come un punto fermo in un mondo che cambia.

Un manifesto ecologico

Back era un ambientalista convinto, e il film è stato letto fin dall'inizio come un manifesto ecologico. Racconta che un singolo individuo, con pazienza e costanza, può cambiare il paesaggio intorno a sé. Il messaggio è chiaro, ma il film non diventa mai predicatorio. La forza sta nelle immagini, nella lentezza del racconto, nella figura silenziosa del pastore.

Il cortometraggio vinse l'Oscar nel 1988, il secondo per Back dopo Crac!, e ricevette numerosi altri premi internazionali. È stato tradotto in moltissime lingue ed è spesso proiettato nelle scuole. Back dedicò buona parte della sua vita all'impegno per la tutela della natura, e il film è rimasto il suo lavoro più noto, una sintesi perfetta tra la sua arte e le sue convinzioni.

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