Il mio vicino Totoro, il film senza cattivi che è diventato il simbolo di Ghibli
Due sorelle, una casa di campagna, uno spirito della foresta grande e silenzioso. Come Miyazaki ha costruito nel 1988 un film quasi senza trama, diventato un classico per famiglie in tutto il mondo.

Una bambina di quattro anni insegue due creature bianche nell'erba alta, si infila in un tunnel di foglie e cade su una pancia enorme e morbida. Il proprietario della pancia dorme, poi apre un occhio e sbadiglia. Mei gli chiede come si chiama, lui risponde con una specie di ruggito e lei capisce «Totoro». È la scena più famosa del film di Miyazaki, e riassume il suo tono: la meraviglia di un incontro raccontata con la logica di un bambino.
Una storia semplice
Il mio vicino Totoro esce in Giappone nell'aprile 1988, in doppio programma con La tomba delle lucciole di Takahata. È ambientato negli anni Cinquanta, nella campagna intorno a Tokyo. Il padre, un professore universitario, si trasferisce con le figlie Satsuki e Mei in una vecchia casa vicino a un grande albero di canfora. La madre è ricoverata in un ospedale vicino, per una malattia che non viene mai nominata.
Nella foresta le bambine incontrano Totoro, uno spirito gigantesco e pacifico, accompagnato da due creature più piccole. Lo rivedono alla fermata dell'autobus, una sera di pioggia, quando gli prestano un ombrello e lui in cambio regala loro dei semi. Poi c'è il Gattobus, un gatto con dodici zampe che corre sui fili della luce.
Non c'è un antagonista. L'unico momento di tensione arriva quando Mei si perde, nel tentativo di portare una pannocchia alla madre in ospedale.
La campagna come protagonista
Il film nasce dalla memoria e dal paesaggio. Miyazaki ha raccontato di essersi ispirato alla zona di Tokorozawa, nella prefettura di Saitama, dove viveva, e alle colline boscose di Sayama. La campagna è quella del Giappone prima della grande urbanizzazione, con risaie, boschetti, piccoli santuari shintoisti.
I fondali sono di Kazuo Oga, al suo primo grande lavoro con Ghibli come direttore artistico. Oga dipinge con colori a tempera una natura umida e verdissima, piena di sfumature. Le foglie hanno toni diversi a seconda della luce, l'acqua dei fossi riflette il cielo, l'erba si muove al vento. La credibilità del mondo dipende in gran parte da lui.
L'animazione dei bambini
Miyazaki osserva le bambine con precisione quasi documentaria. Mei imita la sorella maggiore, la segue ovunque, fa i capricci, si addormenta di colpo. Satsuki, a undici anni, si fa carico della casa e della sorella, e crolla quando teme che la madre possa morire. Le corse, le cadute, i salti sui tatami della casa nuova sono animati con un'attenzione ai corpi infantili che raramente si trova altrove.
Totoro è invece un personaggio di movimenti lenti e pesanti. Quando salta per far piovere le gocce dagli alberi, il suo peso fa tremare il paesaggio. Quando sorride, il ghigno occupa mezza faccia.
Da insuccesso relativo a simbolo
All'uscita il film non fu un grande successo in sala. La fortuna arrivò dopo, con i passaggi televisivi e soprattutto con il merchandising. I pupazzi di Totoro, prodotti alcuni anni dopo, ebbero un successo enorme e contribuirono a sostenere economicamente lo studio. Totoro divenne il logo di Ghibli, presente all'inizio di ogni film.
In Italia il film è arrivato in sala con molto ritardo, oltre vent'anni dopo l'uscita giapponese, quando il pubblico ormai conosceva Miyazaki per La città incantata.
Perché funziona
Totoro si regge su un equilibrio fragile. È un film sulla paura di perdere la madre, raccontato dal punto di vista di due bambine che quella paura la vivono a modo loro. Gli spiriti della foresta non risolvono i problemi, offrono conforto. È un film che si può vedere a quattro anni e a quaranta, ricavandone cose diverse. La sua semplicità è il risultato di un lavoro di sottrazione molto preciso.


