Il gigante di ferro, il film di Brad Bird che nessuno andò a vedere in sala
Un robot venuto dallo spazio, un ragazzino del Maine e la paranoia della Guerra fredda. Il gigante di ferro del 1999 fu un insuccesso commerciale prima di diventare un classico riconosciuto.

Ottobre 1957. Lo Sputnik sovietico passa sopra gli Stati Uniti e nella cittadina di Rockwell, nel Maine, la gente si chiede cosa ci sia davvero lassù. Una notte, in mare, qualcosa di enorme precipita durante una tempesta. Il gigante di ferro comincia così, con un incipit da fantascienza degli anni Cinquanta, e per novanta minuti non perde mai di vista quell'epoca, con le sue paure e la sua retorica.
Dal poema di Hughes alla Guerra fredda
Il soggetto veniva da The Iron Man, racconto per ragazzi del poeta inglese Ted Hughes pubblicato nel 1968, già adattato in forma di album musicale da Pete Townshend. Brad Bird, che aveva lavorato ai Simpson e alla serie Family Dog, firmò la regia del suo primo lungometraggio per la Warner Bros. La sceneggiatura è di Tim McCanlies.
Bird trasferì la storia nell'America di Eisenhower e ne fece una parabola sulla paura del diverso. Hogarth Hughes, nove anni, vive con la madre vedova e trova il gigante nel bosco. Il robot ha perso la memoria, impara da lui, legge fumetti di Superman. Intanto arriva da Washington Kent Mansley, agente governativo convinto che il gigante sia un'arma sovietica. Il film mette in scena il dilemma del robot: è stato costruito come arma, ma può scegliere di essere altro.
Il gigante disegnato al computer
Il gigante è l'unico personaggio principale realizzato in computer grafica. La scelta era pragmatica: un corpo metallico così grande, con superfici rigide, sarebbe stato difficile da mantenere coerente disegnandolo a mano in ogni inquadratura. Ma il team di Bird lavorò perché il modello digitale avesse un contorno e un'ombreggiatura in linea con il resto del film, e perché la sua linea sembrasse tracciata da una matita.
L'integrazione è riuscita al punto che molti spettatori non si accorgono della differenza. Il gigante ha una faccia semplice, quasi un elmo, con occhi luminosi e una mascella mobile. La sua espressività nasce dalla postura, dalle pause, dal modo in cui inclina la testa. La voce, profonda e lenta, è di Vin Diesel.
Gli umani
Attorno al robot, Bird costruisce personaggi umani animati in modo tradizionale con grande cura. Hogarth è un ragazzino iperattivo e credibile, con le bugie maldestre e l'entusiasmo dell'età. Dean McCoppin, artista beatnik che gestisce uno sfasciacarrozze e crea sculture con i rottami, diventa il suo alleato adulto. La madre Annie è una donna che lavora, stanca, presente.
Mansley è il cattivo più umano. È un funzionario ambizioso e codardo, ridicolo in molte scene, e proprio per questo pericoloso. Il film mostra come la paura alimentata dalla propaganda possa spingere chi ha potere a scelte catastrofiche. Il finale, con un missile nucleare diretto contro la città, è la conseguenza logica di quella paranoia.
Il sacrificio
Nell'ultimo atto il gigante, che ha capito di poter decidere chi essere, vola incontro al missile. La sua ultima parola è un nome, Superman, il modello eroico che ha scelto per sé. La scena funziona perché tutto il film ha preparato la domanda sulla natura del robot. Il suo gesto, preparato con pazienza per tutto il racconto, risulta una conseguenza naturale.
L'uscita nell'agosto 1999 fu gestita male dalla Warner, con una promozione scarsa. Il film passò quasi inosservato in sala, mentre la critica lo accolse con entusiasmo. Negli anni successivi l'home video e la televisione ne fecero un titolo di culto. Bird passò alla Pixar, dove avrebbe diretto Gli Incredibili.
Il gigante di ferro resta uno degli ultimi grandi lungometraggi d'animazione tradizionale americani prodotti fuori dalla Disney, e una prova di come il disegno a mano potesse convivere con il digitale senza perdere la propria identità.


