Heidi, la serie del 1974 che portò il realismo quotidiano nella televisione animata

Dietro la bambina delle Alpi c'erano Isao Takahata, Hayao Miyazaki e Yōichi Kotabe. Come una serie per famiglie è diventata un modello di regia e di animazione per tutta l'industria.

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Immagine: Roland Zumbuehl · CC BY-SA 4.0 · Wikimedia Commons

Formaggio che si scioglie sul fuoco e viene spalmato su una fetta di pane. Latte di capra bevuto da una ciotola di legno. Un letto di fieno sotto il tetto, con la finestrella da cui si vedono le stelle. Chi ha visto Heidi da bambino ricorda questi dettagli più delle vicende. È esattamente ciò che volevano i suoi autori, ed è la ragione per cui quella serie del 1974 è un punto di svolta nella storia dell'animazione giapponese.

La squadra

Alps no shōjo Heidi va in onda in Giappone nel 1974, in cinquantadue episodi. È prodotta da Zuiyō Eizō, una società da cui poco dopo nascerà Nippon Animation, e fa parte della fascia domenicale sponsorizzata che diventerà nota come World Masterpiece Theater, dedicata agli adattamenti dei classici della letteratura per ragazzi.

La regia è di Isao Takahata. Hayao Miyazaki si occupa del design delle scene e dei layout, cioè della composizione di ogni inquadratura. Yōichi Kotabe firma il character design e la direzione dell'animazione. I tre venivano dalla Toei e avevano lavorato insieme ad altri progetti, ma con Heidi trovano l'occasione per applicare le loro idee a una serie lunga.

Il sopralluogo in Svizzera

Prima della produzione una parte della squadra va in Svizzera, nella zona di Maienfeld, dove è ambientato il romanzo di Johanna Spyri, e poi a Francoforte. Studiano le case, le stalle, gli attrezzi, i pascoli, il modo in cui la luce cambia sulle montagne. All'epoca, per una serie televisiva animata, un viaggio del genere era una scelta inconsueta.

I materiali raccolti diventano la base dei fondali e dei layout. Le montagne non sono decorazioni generiche, la baita del nonno ha una struttura credibile, ogni ambiente è pensato per essere abitato. Lo spettatore crede a quei luoghi perché sono costruiti con coerenza.

Raccontare la vita quotidiana

La regia di Takahata si concentra sulle azioni di tutti i giorni. Heidi si sveglia, si veste, mangia, porta le capre al pascolo, gioca con Peter, guarda le aquile. Molti episodi sono costruiti quasi senza conflitto. La tensione arriva con la partenza per Francoforte, dove Heidi vive in una grande casa borghese accanto a Clara, ragazzina malata e costretta in sedia a rotelle, e soffre di nostalgia.

Il tono non è mai lacrimevole in modo meccanico. Le emozioni nascono dalla privazione delle cose semplici che lo spettatore ha imparato a conoscere nei primi episodi. È una forma di realismo affettivo che diventerà la firma delle serie dirette da Takahata.

Dal punto di vista dell'animazione, Kotabe e la squadra lavorano sui gesti con un'attenzione nuova. I personaggi camminano, saltano, corrono con un peso credibile. Le espressioni sono semplici, ma il corpo racconta molto.

In Italia

In Italia Heidi arriva sulla Rai nel 1978, lo stesso anno di Atlas UFO Robot. La sigla italiana, cantata da Elisabetta Viviani, ebbe un enorme successo discografico. Per una generazione di spettatori italiani la serie è stata uno dei primi incontri con l'animazione giapponese, anche se molti non sapevano che lo fosse, vista l'ambientazione europea.

Un modello per il futuro

Dopo Heidi lo stesso gruppo realizza Marco (1976), dal racconto di De Amicis contenuto nel libro Cuore, e Anna dai capelli rossi (1979). Il World Masterpiece Theater prosegue per anni con altri registi e altri classici, da Pollyanna a Peline.

Il metodo inaugurato da Heidi, sopralluoghi, cura dei layout, attenzione alla vita materiale, confluirà poi nei film di Ghibli. In Il mio vicino Totoro o in Pioggia di ricordi si ritrova la stessa idea. Il quotidiano raccontato con precisione può essere il soggetto principale di un film d'animazione.

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