Hakujaden, il serpente bianco che nel 1958 inaugurò il lungometraggio anime a colori
Primo film della Toei Doga e primo lungometraggio animato giapponese a colori, Hakujaden adatta una leggenda cinese e segna l'inizio di una tradizione. Fu anche il film che convinse Miyazaki a fare l'animatore.

Un liceale di Tokyo, nel 1958, esce da un cinema profondamente colpito. Si è quasi innamorato della protagonista di un cartone animato, una donna serpente bianca trasformata in fanciulla. Anni dopo quel ragazzo, Hayao Miyazaki, racconterà che proprio quel film lo spinse a scegliere l'animazione. Si chiamava Hakujaden, ed era il primo lungometraggio animato giapponese a colori.
Una leggenda cinese
Il film adatta la Leggenda del serpente bianco, uno dei grandi racconti popolari cinesi, noto in molte versioni teatrali e letterarie. Un giovane di nome Xu Xian libera un serpentello bianco. Anni dopo lo spirito del serpente, diventato una bellissima donna, lo incontra e se ne innamora. Un monaco, convinto che la donna sia un demone, cerca di separarli.
La scelta di una fonte cinese non era casuale. La Toei puntava a un mercato asiatico più ampio e voleva un soggetto adatto a un grande spettacolo per famiglie, con romanticismo, magia e animali buffi. Nel film compaiono infatti un panda e altri piccoli animali, compagni del protagonista, chiaramente ispirati ai comprimari dei film Disney.
La produzione
Hakujaden è il primo lungometraggio della Toei Doga, la divisione animazione della casa di produzione Toei fondata due anni prima. La regia è di Taiji Yabushita. Tra gli animatori principali ci sono Yasuji Mori e Akira Daikubara, che diventeranno i maestri della prima generazione di animatori dello studio.
Il riferimento esplicito era la Disney. La Toei studiò il metodo americano e organizzò la produzione secondo una divisione del lavoro simile, con animatori chiave, intercalatori e colorazione dei rodovetri. Venne usata l'animazione piena, con molti disegni per secondo, lontana dalle soluzioni economiche che la televisione avrebbe imposto pochi anni dopo.
Il film uscì in Giappone nell'ottobre 1958. Negli Stati Uniti arrivò nel 1961 con il titolo Panda and the Magic Serpent, in una versione adattata.
Che cosa si vede oggi
Rivisto oggi, Hakujaden mostra pregi e limiti di un primo tentativo. L'animazione dei personaggi umani è a tratti rigida, il ritmo diseguale, alcune gag con gli animali sembrano inserti per bambini scollegati dal racconto romantico. Ma ci sono anche sequenze di notevole fascino, come le trasformazioni, le tempeste magiche, la lotta finale con le acque in tumulto.
I colori sono morbidi, pastello, con fondali ispirati alla pittura cinese tradizionale. La protagonista, Bai Niang, ha un'eleganza malinconica che spiega bene l'impressione suscitata nel giovane Miyazaki.
Un inizio e una scuola
L'importanza di Hakujaden è soprattutto storica. Il film inaugurò un ciclo di lungometraggi Toei, all'incirca uno all'anno, che fino alla fine degli anni Sessanta costituì il laboratorio principale dell'animazione giapponese. Lì si formarono animatori come Yasuo Ōtsuka, Yōichi Kotabe, Isao Takahata e lo stesso Miyazaki, che entrò nello studio nel 1963.
C'è poi un aspetto culturale. Con Hakujaden il Giappone del dopoguerra dimostrò di poter realizzare un film animato a colori di lunga durata, all'altezza tecnica delle produzioni occidentali. Pochi anni dopo l'arrivo della televisione avrebbe spostato altrove le energie dell'industria. Quel primo serpente bianco resta comunque l'atto di nascita del lungometraggio anime come lo intendiamo.


