Go Nagai, l'autore che diede ai robot giganti un pilota e all'animazione un'epoca
In attesa di vederlo a Lucca, ritratto del mangaka di Mazinga Z, Goldrake, Jeeg e Devilman. Come le serie tratte dalle sue opere hanno cambiato l'animazione televisiva, in Giappone e in Italia.

Prima di Mazinga Z i robot giganti dell'animazione giapponese si comandavano a distanza, con un telecomando o una radio. Go Nagai ebbe un'idea semplice, che raccontò più volte di aver avuto guardando il traffico di Tokyo: mettere un ragazzo dentro la testa del robot, alla guida, come in un'automobile. Da quella cabina di pilotaggio è nato un intero genere.
Nagai sarà ospite di Lucca Comics & Games dal 28 al 30 ottobre, nell'edizione dei sessant'anni. È l'occasione per ricordare perché il suo nome, in Italia, va ben oltre il fumetto.
Un autore di manga, prima di tutto
Nato nel 1945 a Wajima, nella prefettura di Ishikawa, Go Nagai si forma come assistente di Shotaro Ishinomori, uno dei maestri del manga del dopoguerra. Alla fine degli anni Sessanta fonda con i fratelli la Dynamic Production, che gestirà le sue opere e quelle dei suoi collaboratori. I primi successi sono comici e scandalosi, come Harenchi Gakuen, che fece discutere per la sua irriverenza.
Il punto di svolta arriva all'inizio degli anni Settanta. Nel 1972 nascono Devilman e Mazinga Z, e in entrambi i casi il manga e la serie animata prodotta da Toei Animation camminano quasi in parallelo. È un modello di lavoro che Nagai userà spesso: il fumetto e la televisione si alimentano a vicenda, con trame e personaggi che a volte divergono in modo sensibile tra le due versioni.
I robot e la televisione
Dopo Mazinga Z arrivano Il Grande Mazinga, Getter Robot, creato con Ken Ishikawa, Jeeg robot d'acciaio e soprattutto UFO Robot Grendizer, la serie che in Italia conosciamo come Goldrake. Sono produzioni pensate per un pubblico di ragazzi e costruite su una formula riconoscibile: il nemico di turno, la battaglia, l'arma finale chiamata a gran voce. Dentro quella formula, però, Nagai mette sempre qualcosa di più cupo, il dolore di chi combatte, la perdita, la guerra vista come una ferita.
Dal punto di vista dell'animazione, queste serie sono un banco di prova per un'industria che stava imparando a produrre in fretta. Animazione limitata, cicli e sequenze riutilizzate, come le trasformazioni e gli attacchi che tornano identici in ogni episodio: un'economia di mezzi che diventa stile, e che ha formato una generazione di animatori giapponesi.
Goldrake e l'Italia
Il 4 aprile 1978 la Rete 2 trasmette il primo episodio di Atlas UFO Robot, cioè Goldrake. È l'inizio della grande stagione degli anime nella televisione italiana, e per molti spettatori è il primo incontro con un'animazione diversa da quella americana: più drammatica, più seriale, con personaggi che soffrono e a volte muoiono. Seguiranno, sulle reti nazionali e sulle tante televisioni locali, Mazinga Z, Il Grande Mazinga e Jeeg.
L'impatto fu enorme, al punto da diventare anche un tema di dibattito pubblico sui contenuti per i bambini. Ma l'eredità è un'altra. Molti autori italiani di fumetto e animazione, oggi, citano i robot di Nagai tra le prime immagini che li hanno spinti a disegnare.
Non solo robot
Ridurre Nagai ai robot sarebbe un errore. Devilman, nella versione a fumetti, è una delle opere più radicali del manga degli anni Settanta, un racconto apocalittico che ha influenzato decenni di horror giapponese e che è tornato sullo schermo nel 2018 con Devilman Crybaby di Masaaki Yuasa. Cutie Honey ha inventato un modello di eroina trasformista. E negli anni Novanta Nagai ha dedicato un lungo adattamento a fumetti alla Divina Commedia, segno di un rapporto con la cultura italiana che va oltre la popolarità dei suoi cartoni.
Lucca lo accoglie in un'edizione che si chiama Legacy. Difficile trovare un ospite più adatto.
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