Ginna e Corra, la pellicola dipinta a mano prima dell'animazione italiana
All'inizio degli anni Dieci due fratelli ravennati dipinsero colori direttamente sulla pellicola. Quei film sono perduti, ma restano un punto di partenza per la storia dell'animazione astratta.

Dei film non resta un fotogramma. Restano gli scritti, qualche testimonianza e un'idea che oggi sembra ovvia e allora era quasi impensabile: che si potesse fare cinema senza macchina da presa, stendendo il colore direttamente sulla pellicola trasparente. Arnaldo Ginna e Bruno Corra, nomi d'arte di due fratelli ravennati, Arnaldo e Bruno Ginanni Corradini, ci provarono all'inizio degli anni Dieci del Novecento, prima ancora di aderire ufficialmente al futurismo.
Musica cromatica
Il punto di partenza era la pittura, non il racconto. I due fratelli erano affascinati dall'idea di una «musica cromatica», un'arte dei colori che si sviluppasse nel tempo come una composizione sonora. Avevano sperimentato con un organo di luci colorate, una tastiera che accendeva lampadine di tinte diverse, e ne erano rimasti delusi: la luce era debole, le combinazioni poche. La pellicola offriva un'alternativa. Ogni fotogramma poteva diventare una piccola tela, e la proiezione avrebbe dato movimento e durata a forme e colori.
Per capire la portata del tentativo bisogna ricordare il contesto. Il cinema italiano di quegli anni viveva la stagione dei grandi film storici, delle produzioni torinesi e romane che esportavano in tutto il mondo. Lavorare su pochi metri di pellicola grattata e colorata a mano significava muoversi ai margini estremi di un'industria in piena espansione, senza mercato e quasi senza pubblico.
Un racconto scritto, non un film visto
Tutto ciò che sappiamo di quelle prove viene dalla descrizione che ne diede Corra in un testo dedicato alla musica cromatica, pubblicato qualche anno più tardi. Vi si parla di brevi film in cui i colori si inseguivano, si espandevano e si contraevano secondo uno schema ispirato a composizioni musicali. Alcune fonti ricordano titoli legati a brani di Mendelssohn e Chopin, ma su questi dettagli gli storici procedono con cautela, perché mancano riscontri materiali.
È proprio questa assenza a rendere il caso interessante. Ginna e Corra sono citati in quasi tutte le storie dell'animazione sperimentale come precursori del cinema astratto, accanto ai nomi che in Germania, qualche anno dopo, avrebbero dato corpo a quelle intuizioni con opere conservate e studiate. La loro priorità cronologica è un dato ricorrente nella storiografia; il valore estetico dei loro film resta invece impossibile da giudicare.
Dal colore al futurismo
Negli anni successivi Ginna partecipò alla stagione futurista anche come regista. Nel 1916 diresse Vita futurista, un film dal vero con Marinetti e altri esponenti del movimento, anch'esso giunto a noi solo in frammenti di fotografie e documenti. Lo stesso anno uscì il manifesto La cinematografia futurista, firmato tra gli altri da Marinetti, Corra e Ginna, che proponeva un cinema antinarrativo, fatto di analogie visive, deformazioni e accostamenti imprevisti.
Il manifesto ebbe più eco del film. Le sue pagine vengono lette ancora oggi come una dichiarazione d'intenti che anticipa molte strade dell'animazione d'autore del secolo successivo, dal lavoro diretto su pellicola alle sinfonie visive astratte.
Perché ricordarli in una storia dell'animazione 2D
Si può obiettare che due esperimenti perduti pesano poco in una storia fatta soprattutto di studi, personaggi e serie televisive. Eppure la pellicola dipinta è a tutti gli effetti animazione bidimensionale: immagine creata fotogramma per fotogramma, senza riprese dal vero. Molti autori italiani arrivati dopo, dagli sperimentatori degli anni Sessanta a chi oggi dipinge ogni disegno su carta, lavorano dentro la stessa intuizione di fondo.
C'è poi una lezione di metodo per chi studia. La storia dell'animazione italiana delle origini è piena di lacune: copie distrutte, nitrati andati in fumo, produzioni rimaste allo stadio di progetto. Il caso Ginna e Corra insegna a distinguere tra ciò che è documentato e ciò che è tramandato, e a non riempire i vuoti con l'entusiasmo.
Oggi i due fratelli vengono ricordati soprattutto nelle mostre sul futurismo e nei corsi di storia del cinema sperimentale. Il loro nome compare raramente accanto a quello di Bozzetto o dei Pagot, ma la sequenza logica è chiara. Prima di chiedersi come far muovere un personaggio, qualcuno in Italia si era chiesto come far muovere un colore.


