Il cavaliere inesistente di Pino Zac, Calvino tra attori e figure disegnate
Nel 1969 il vignettista Pino Zac portò al cinema il romanzo di Italo Calvino mescolando riprese dal vero e animazione. Un esperimento ibrido nato da un autore satirico.

Come si mette in scena un cavaliere che non esiste? Agilulfo, il protagonista del romanzo di Italo Calvino pubblicato nel 1959, è un'armatura vuota tenuta insieme dalla sola forza di volontà. Perfetto nelle regole, impeccabile nella disciplina, privo di corpo. Per il cinema dal vero è un problema quasi insolubile. Per un disegnatore è una sfida irresistibile. Pino Zac la raccolse alla fine degli anni Sessanta, firmando nel 1969 un film che univa attori e animazione.
Un vignettista al cinema
Pino Zac, nome d'arte di Giuseppe Zaccaria, era un disegnatore satirico. Il suo segno graffiante e grottesco era comparso su giornali e riviste, e la sua vena polemica lo aveva reso una figura riconoscibile nel panorama dell'umorismo grafico italiano. Il passaggio al cinema d'animazione era, per lui, un'estensione naturale del lavoro di vignettista.
Portare Calvino sullo schermo significava confrontarsi con uno degli scrittori più amati e più complessi del dopoguerra. Il cavaliere inesistente, terzo romanzo della trilogia I nostri antenati, è una favola filosofica sull'identità, sul rapporto tra esistenza e apparenza, sulla guerra come assurdità. Il registro ironico del libro trovava una corrispondenza nell'ironia del disegnatore.
La scelta della tecnica mista
La soluzione adottata da Pino Zac fu l'ibridazione. Alcuni personaggi e ambienti sono resi con riprese dal vero, altri con animazione, e i due livelli convivono nella stessa inquadratura. L'armatura vuota di Agilulfo, i paesaggi della guerra tra paladini e saraceni, le figure grottesche che popolano il romanzo trovano così una forma visiva che oscilla tra realtà e fantasia.
Questa scelta non era solo estetica. Corrispondeva al tema stesso del libro, che gioca continuamente sulla differenza tra ciò che è e ciò che appare. Un film in cui gli attori in carne e ossa si muovono accanto a figure disegnate mette in scena, a livello di linguaggio, la stessa ambiguità che Calvino affidava alle parole.
Un film del suo tempo
Il cavaliere inesistente nasce in un momento di grande fermento per il cinema italiano, quando molti autori sperimentavano forme nuove e la contaminazione tra linguaggi era all'ordine del giorno. Il film porta i segni di questo clima: è irregolare, a tratti spiazzante, più interessato all'invenzione che alla scorrevolezza narrativa.
Non fu un successo di pubblico, e nel tempo è diventato soprattutto un titolo per appassionati e studiosi. Ma la sua importanza storica è chiara. È uno dei pochi tentativi italiani di quegli anni di usare l'animazione per adattare un'opera letteraria adulta e complessa.
Animazione e letteratura
Il caso di Pino Zac apre una questione che attraversa tutta la storia dell'animazione italiana: il rapporto con la letteratura. Molti dei film animati italiani più ambiziosi sono nati da libri, da Pinocchio a La gabbianella e il gatto, da Buzzati a Rodari. La tradizione letteraria è stata spesso il punto di partenza per costruire un'identità diversa da quella dei modelli americani e giapponesi.
Rispetto ad altri adattamenti, il film di Pino Zac ha un'anima più sperimentale e satirica. Non cerca di illustrare il romanzo, ne prova a restituire lo spirito attraverso una forma visiva instabile. È un approccio rischioso, che può dividere, ma che lascia intravedere un modo diverso di intendere l'adattamento.
Oggi il film merita di essere rivisto proprio per questo. Non come un'opera riuscita in ogni sua parte, ma come una testimonianza di libertà creativa e di dialogo tra disegno e cinema. In un paese dove l'animazione è stata spesso confinata nei recinti della pubblicità e dell'infanzia, un vignettista satirico che porta Calvino al cinema è un episodio da non dimenticare.


