Ghost in the Shell, l'anima nella macchina secondo Mamoru Oshii
Un cyborg che dubita di avere un'anima, una città allagata ispirata a Hong Kong, un hacker nato dalla rete. Analisi del film del 1995 che ha cambiato la fantascienza animata.

Il corpo del maggiore Motoko Kusanagi viene costruito durante i titoli di testa. Uno scheletro artificiale si immerge in un liquido, si ricopre di muscoli sintetici, poi di pelle, infine emerge pronto all'uso. In quella sequenza, sulle note di un coro dal suono antico, c'è la domanda che il film di Mamoru Oshii pone dall'inizio alla fine. Se tutto il mio corpo è artificiale, che cosa rimane di me?
Dal manga al film
Ghost in the Shell nasce come manga di Masamune Shirow, pubblicato dal 1989. Il fumetto è denso di note tecniche, battute, dettagli sulle armi e sulle reti informatiche. Oshii, che con Production I.G dirige il film nel 1995, ne asciuga drasticamente il tono. Toglie quasi tutta l'ironia, rallenta il ritmo e porta in primo piano la riflessione filosofica.
La storia segue la Sezione 9, un'unità speciale di sicurezza in un Giappone del futuro dove molte persone hanno impianti cibernetici. Kusanagi e il suo collega Batou inseguono il Burattinaio, un hacker capace di entrare nel cervello delle persone e riscriverne i ricordi. L'indagine porta a scoprire che il Burattinaio non è un uomo, ma un programma diventato cosciente.
Una città senza nome
Il film è ambientato in una città asiatica senza nome, ispirata visivamente a Hong Kong. Oshii e la sua squadra fecero sopralluoghi nella città per raccogliere materiale fotografico. Canali, insegne, mercati, palazzi fatiscenti accostati a grattacieli. Il direttore artistico Hiromasa Ogura, collaboratore abituale di Oshii, dipinge questi ambienti con un realismo fotografico e una luce grigia e umida.
A metà film c'è una sequenza celebre. Kusanagi attraversa la città su una barca, e per alcuni minuti la macchina da presa mostra solo palazzi, vetrine, manichini, persone sotto la pioggia, mentre torna il tema corale. Non succede niente sul piano della trama. È il momento in cui il film riflette sull'identità attraverso le immagini: Kusanagi vede una donna identica a lei in un ufficio, i manichini nelle vetrine ricordano il suo corpo di serie.
La musica di Kenji Kawai
La colonna sonora di Kenji Kawai è parte integrante dell'identità del film. Il brano principale unisce percussioni e voci femminili, con un testo in giapponese antico ispirato ai canti nuziali tradizionali. Il risultato è un suono che sembra antico e futuribile insieme, perfetto per un film che parla di anime e macchine.
Tecnica e transizione
Dal punto di vista tecnico Ghost in the Shell è un film di transizione. L'animazione dei personaggi e i fondali sono ancora realizzati in modo tradizionale, con disegni a mano e rodovetri. Ma diverse inquadrature sono composte o arricchite in digitale, soprattutto per gli schermi, le interfacce, le visualizzazioni della rete e alcuni effetti ottici come la mimetizzazione termottica di Kusanagi.
Questa integrazione tra disegno a mano e computer anticipa il modo in cui l'animazione giapponese lavorerà negli anni successivi.
L'influenza
Il film fu coprodotto con la britannica Manga Entertainment e ottenne in Occidente un successo notevole nel mercato dell'home video. Nel giro di pochi anni divenne un riferimento per il cinema di fantascienza. Le sorelle Wachowski, autrici di Matrix (1999), ne sono spesso indicate tra i debitori più evidenti, dalla pioggia di caratteri verdi agli spinotti nella nuca.
Oshii realizzò un seguito, Innocence (2004), ancora più contemplativo. La serie televisiva Stand Alone Complex di Kenji Kamiyama sviluppò il mondo in direzione più politica. Nel 2017 Hollywood ne ha prodotto un adattamento dal vero.
Il film del 1995 resta comunque la versione di riferimento. Dura appena ottanta minuti e lascia la sensazione di un'opera molto più ampia, che si chiude con una scelta, la fusione con un'altra coscienza, invece che con una soluzione.


