Max Fleischer e il rotoscopio, il clown Koko e il primo ricalco dal vero
Un brevetto del 1917, un fratello vestito da pagliaccio su un tetto di New York e una serie che mescolava disegno e realtà. Così nacque Out of the Inkwell.

Il film sperimentale fu girato, secondo il racconto di famiglia, sul tetto di un palazzo di New York. Dave Fleischer, vestito da clown con un costume largo e bottoni neri, si muoveva davanti a un lenzuolo bianco. Il fratello maggiore Max lo riprendeva. Poi, per mesi, Max proiettò la pellicola un fotogramma alla volta su un vetro smerigliato e ne ricalcò la figura a matita. Il pagliaccio disegnato che ne uscì si muoveva con una naturalezza che nessun cartone dell'epoca possedeva.
L'apparecchio usato per quel lavoro si chiama rotoscopio. Max Fleischer depositò la domanda di brevetto nel 1915 e lo ottenne nel 1917.
Come funziona un rotoscopio
Il principio è semplice. Un proiettore manda l'immagine di un film dal vero, fotogramma per fotogramma, su una superficie traslucida che fa da tavolo da disegno. L'animatore appoggia un foglio, ricalca la figura, fa avanzare la pellicola di uno scatto e ricomincia. Il movimento dell'attore, con tutti i suoi aggiustamenti di peso e le sue piccole irregolarità, si trasferisce nel disegno.
Il risultato è affascinante e insieme ambiguo. I personaggi rotoscopiati si muovono come persone reali, ma spesso mancano di quell'esagerazione che rende vivo un cartone. Gli animatori lo hanno sempre saputo. Il rotoscopio funziona meglio come base da reinterpretare che come ricalco fedele.
Out of the Inkwell
Con il clown, che più tardi prese il nome di Koko, i Fleischer convinsero John Randolph Bray a produrre una serie, e dal 1918 i primi episodi uscirono nel suo programma per la Paramount. Nel 1921 i fratelli fondarono un proprio studio, la Out of the Inkwell Films, poi Fleischer Studios.
L'invenzione più felice della serie era narrativa. Ogni episodio cominciava con riprese dal vero: Max al tavolo da disegno, che intinge la penna e fa uscire Koko dal calamaio. Il clown saltava sul foglio, scendeva sulla scrivania, faceva dispetti al suo creatore, si nascondeva fra gli oggetti veri. Mondo disegnato e mondo reale convivevano nella stessa inquadratura, con trucchi di sovrapposizione e montaggio molto ingegnosi per l'epoca. La chiusura era spesso il ritorno forzato di Koko nell'inchiostro.
Un clown che entra nella realtà
Questo gioco di confine, il personaggio che sfida il proprio disegnatore, era un tema già toccato da altri, ma i Fleischer lo trasformarono in formula. Più tardi Koko ebbe un compagno, il cane Fitz, e nel corso degli anni Venti la serie si arricchì di trovate surreali, città che si deformano, oggetti che prendono vita. Lo stile dello studio era urbano, irriverente, più vicino a Broadway e al jazz che alla campagna idealizzata di molti concorrenti.
Una tecnica di lunga durata
I Fleischer continuarono a usare il rotoscopio per tutta la loro storia. Nei cortometraggi di Betty Boop dei primi anni Trenta servì a catturare i passi di danza di Cab Calloway, che in Minnie the Moocher del 1932 diventa un tricheco fantasma ondeggiante. Nel lungometraggio I viaggi di Gulliver, del 1939, il protagonista umano fu animato in larga parte ricalcando un attore.
Anche la Disney usò riprese dal vero come riferimento per Biancaneve e per molti film successivi, pur insistendo che gli animatori dovevano interpretare, non ricalcare. Negli anni Settanta Ralph Bakshi fece del rotoscopio il cuore del suo Signore degli anelli. Più di recente, A Scanner Darkly di Richard Linklater ne ha proposto una versione digitale, e oggi il ricalco su riprese è una pratica comune nei software 2D, spesso usata per scene di danza o di azione complessa.
Il nome stesso, rotoscopio, è entrato nel vocabolario degli effetti visivi con un significato più largo, quello di isolare a mano una figura fotogramma per fotogramma. Ma l'origine resta quel pagliaccio sul tetto di New York, e un brevetto chiesto da un disegnatore che voleva sapere come si muove davvero un corpo.


