Gianluigi Toccafondo, figure che colano dallo schermo tra fotocopie e pittura
Fotogrammi di film rielaborati con la fotocopiatrice e dipinti a mano, corpi che si allungano e si sfaldano. La tecnica e il mondo visivo di uno degli animatori italiani più riconoscibili.

Un uomo corre, e mentre corre il suo corpo si allunga, si stira, perde i contorni come se fosse fatto di cera tiepida. Le figure di Gianluigi Toccafondo sembrano sempre sul punto di sciogliersi. Hanno colori terrosi, ocra, rossi spenti, bianchi sporchi, e si muovono con una fluidità inquieta che non assomiglia a nessun altro tipo di animazione. Chi le ha viste una volta le riconosce subito.
La formazione
Toccafondo è nato a San Marino nel 1965 e si è formato a Urbino, città che negli ultimi decenni ha visto crescere diversi autori dell'animazione d'autore italiana. Ha cominciato presto a lavorare con le immagini in movimento, sviluppando quasi subito una tecnica personale che sarebbe diventata la sua firma.
I suoi primi cortometraggi, La coda e La pista, realizzati tra la fine degli anni Ottanta e l'inizio dei Novanta, contenevano già gli elementi del suo stile. Furono presentati in festival internazionali e lo fecero conoscere come uno degli autori più originali della nuova generazione.
Una tecnica ibrida
Il metodo di Toccafondo parte spesso da immagini preesistenti, fotogrammi di film o fotografie. Queste immagini vengono fotocopiate, deformate, ingrandite, e poi dipinte a mano. Ogni fotogramma è il risultato di questa doppia operazione: un'immagine meccanica che viene trasformata dalla pittura.
Il risultato è un'animazione sospesa tra realtà e astrazione. Le pose dei personaggi conservano la naturalezza del movimento filmato, ma i corpi sono deformati dall'intervento pittorico. È una tecnica che ha qualcosa in comune con il rotoscopio, perché parte da riprese reali, ma che ne ribalta il senso. Invece di rendere il movimento più preciso, lo rende più instabile e più espressivo.
Il cinema come materia
Molti lavori di Toccafondo dialogano esplicitamente con la storia del cinema. Il gangster, il cowboy, il ciclista, il pugile, le figure del noir e del western: sono archetipi che l'autore riprende e trasforma. Il suo Pinocchio, realizzato alla fine degli anni Novanta, è una rilettura personale e visionaria del racconto collodiano, lontanissima da ogni versione illustrativa.
Con lavori come La piccola Russia l'autore si è misurato anche con temi legati alla memoria e alla storia del Novecento. Ma anche quando il racconto si fa più narrativo, il cuore del suo cinema resta la trasformazione visiva.
Oltre il cortometraggio
Toccafondo ha lavorato molto anche al di fuori del cinema d'autore in senso stretto. Ha realizzato sequenze di titoli e sigle per film di altri registi, spot pubblicitari per marchi italiani e internazionali, illustrazioni per libri e manifesti, scenografie e immagini per il teatro e l'opera. Il suo stile si è rivelato adattabile a contesti molto diversi, senza perdere identità.
Questa versatilità è tipica di molti autori europei dell'animazione d'autore, che alternano progetti personali e lavoro su commissione. Nel caso di Toccafondo, però, colpisce quanto il segno rimanga riconoscibile anche nei lavori più commerciali.
Un'influenza duratura
Per molti giovani animatori Toccafondo ha dimostrato che si può fare animazione partendo dalla pittura e dal materiale di recupero, senza passare per le convenzioni del disegno animato tradizionale. Le sue figure deformate hanno aperto una strada che altri hanno percorso con tecniche digitali o miste.
Guardare un suo film significa accettare di perdere qualche punto di riferimento. Non tutto è chiaro, non tutto è spiegato. Ma le immagini hanno una forza fisica che resta addosso. È un cinema in cui il movimento conta più della trama, e il colore più della parola.


