Émile Reynaud e il Théâtre Optique, i cartoni animati prima del cinema

Dal 1892 al Musée Grévin di Parigi un inventore proiettava storie disegnate a mano su strisce di gelatina. Tre anni prima dei Lumière, e con un finale amarissimo.

Theatreoptique
Immagine: Louis Poyet · Public domain · Wikimedia Commons

Il 28 ottobre 1892, nel Cabinet fantastique del Musée Grévin di Parigi, il pubblico vide Pierrot corteggiare Colombina sotto una finestra mentre Arlecchino gli rubava la scena. Nessun attore era sul palco. Le figure, colorate a mano, scorrevano su uno schermo grazie a un apparecchio azionato da un uomo solo, nascosto dietro la tela. Quell'uomo era Émile Reynaud, e lo spettacolo si chiamava Pantomimes lumineuses.

Mancavano più di tre anni alla celebre proiezione dei fratelli Lumière al Grand Café. Eppure, per decenni, i manuali di storia del cinema hanno relegato Reynaud in una nota a piè di pagina, come il curioso precursore che non aveva capito la fotografia. Oggi lo si considera piuttosto il primo autore di cinema d'animazione, e il primo a mostrare storie disegnate in proiezione davanti a un pubblico pagante.

Dal giocattolo al teatro

Reynaud aveva già ottenuto fama con il prassinoscopio, brevettato nel 1877, un tamburo a specchi che animava brevi strisce cicliche. Il problema, per lui, era la durata. Un ciclo di dodici disegni poteva mostrare un giocoliere, non una storia.

La soluzione arrivò con il brevetto del Théâtre Optique, depositato nel 1888. Al posto della striscia chiusa ad anello, Reynaud usò una lunga banda flessibile, composta da quadratini di gelatina dipinti uno per uno e montati su una fascia di stoffa o di cuoio. La banda aveva perforazioni regolari che si agganciavano a una ruota dentata, un'idea che il cinema avrebbe adottato a sua volta. Scorrendo da una bobina all'altra, le immagini passavano davanti a un prisma di specchi e venivano proiettate da una lanterna.

Il fondale, invece, era proiettato a parte, con una seconda lanterna. I personaggi si muovevano su uno scenario fisso, separato da loro. È un principio che l'animazione industriale del Novecento avrebbe riscoperto con il rodovetro: figure animate in primo piano, scenografia dipinta una volta sola.

Lo spettacolo

Le pantomime duravano pochi minuti ciascuna e Reynaud le eseguiva dal vivo, come un musicista. Poteva rallentare, fermare, tornare indietro, ripetere un passaggio che aveva fatto ridere. Ogni sera, in un certo senso, era diversa dalla precedente. Una partitura per pianoforte, composta da Gaston Paulin, accompagnava le immagini, e alcuni effetti sonori erano sincronizzati a mano.

I titoli del primo programma erano Pauvre Pierrot, Un bon bock e Le Clown et ses chiens. Più tardi si aggiunsero Autour d'une cabine, ambientato su una spiaggia con bagnanti e cabine, e Rêve au coin du feu. Ogni pellicola richiedeva centinaia di disegni eseguiti a mano dallo stesso Reynaud, con una pazienza che nessuna industria avrebbe potuto sostenere.

Le Pantomimes lumineuses restarono in cartellone al Grévin fino al 1900, con migliaia di rappresentazioni e centinaia di migliaia di spettatori complessivi. Per qualche anno Reynaud fu uno dei piaceri parigini più frequentati.

Il confronto con la fotografia

Poi arrivò il cinematografo. Le pellicole fotografiche si producevano in fretta, si duplicavano, si spedivano in ogni città. Il Théâtre Optique dipendeva da un solo uomo e da un solo esemplare di ogni film. Reynaud tentò anche di integrare la fotografia nel proprio sistema, ma il pubblico si era già spostato altrove. Il contratto con il museo si chiuse e l'apparecchio finì in soffitta.

Nella Senna

La parte più triste della vicenda è anche la più nota. Intorno al 1913, in miseria e amareggiato, Reynaud gettò nella Senna buona parte delle sue strisce e smontò l'apparecchio. Morì nel 1918 in un ospizio per anziani a Ivry-sur-Seine.

Si salvarono Pauvre Pierrot e Autour d'une cabine. Grazie a quei materiali, e al lavoro di restauratori e studiosi nel secondo Novecento, oggi possiamo rivedere le immagini di Reynaud, in copie ricostruite e trasferite su pellicola e poi in digitale.

Guardarle ha un effetto curioso. I movimenti sono fluidi, i colori trasparenti, la regia dei gesti molto precisa. Non c'è niente di primitivo, se non la tecnologia di proiezione. Le gag di Pierrot che inciampa e di Arlecchino che lo sbeffeggia appartengono alla stessa famiglia comica che, qualche decennio dopo, avrebbe prodotto Felix e Topolino. La storia dell'animazione 2D comincia lì, su una banda di gelatina dipinta a mano in un museo delle cere.

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