Duck Amuck, Daffy Duck contro la matita che lo disegna

Sette minuti in cui un animatore invisibile tormenta Daffy cambiando sfondi, costumi, suoni e perfino il suo corpo. Il corto di Chuck Jones del 1953 è una lezione di teoria dell'animazione.

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Immagine: Alan Light · CC BY 2.0 · Wikimedia Commons

Daffy Duck entra in scena vestito da moschettiere, con la spada in mano, pronto per un'avventura. Ma lo sfondo alle sue spalle non c'è più. È bianco. Daffy si ferma, si guarda intorno, si rivolge a chi lo sta disegnando e chiede uno scenario. Un pennello compare dal nulla e dipinge una fattoria. Daffy si adatta, cambia costume, e lo sfondo diventa un polo nord. Da quel momento, per sette minuti, il papero è in balia di una matita capricciosa.

La premessa più semplice

Duck Amuck, uscito nel 1953 nella serie Merrie Melodies della Warner Bros., è diretto da Chuck Jones su sceneggiatura di Michael Maltese. La voce di Daffy, come quella di quasi tutti i personaggi Warner dell'epoca, è di Mel Blanc.

L'idea è elementare. Un personaggio animato si trova in conflitto diretto con il suo animatore, che invece di raccontare una storia lo tormenta. Gli cancella lo sfondo, gli cambia il costume a metà azione, sostituisce la sua voce con quella di altri animali, lo ridisegna come una creatura mostruosa con fiori e coda di bandierina. Lo spettatore non vede mai chi tiene la matita, solo i suoi interventi.

Una lezione di linguaggio

Il cortometraggio, nel tono di una comica, smonta pezzo per pezzo gli elementi costitutivi dell'animazione. Lo sfondo, il personaggio, il colore, il suono, l'inquadratura, il montaggio: ognuno viene isolato e manipolato. Quando la gomma cancella il papero, Daffy continua a protestare finché il pennello non lo ridipinge a piacimento. Quando la pellicola si inceppa e l'inquadratura si sposta, Daffy si trova diviso tra due fotogrammi e litiga con il suo doppio.

In un altro momento, Daffy chiede un'inquadratura più ravvicinata per un primo piano, e l'animatore lo accontenta a modo suo, trasformando la richiesta in una nuova umiliazione. Ogni gag è un piccolo saggio su una convenzione del cinema d'animazione che di solito diamo per scontata.

È per questo che Duck Amuck viene spesso usato nelle scuole di cinema e nei corsi di teoria dei media. Mostra, con una chiarezza che pochi testi possono eguagliare, quanto ciò che vediamo sullo schermo sia frutto di scelte arbitrarie.

L'identità di Daffy

Il cortometraggio è anche uno studio di personaggio. Il Daffy di Chuck Jones è diverso da quello frenetico e svitato dei primi anni. È un egocentrico frustrato, convinto di meritare di essere la star e costantemente umiliato. In Duck Amuck questa personalità viene spinta al limite: nonostante tutto, Daffy rimane riconoscibile anche quando gli si cambia la forma, la voce e il contesto. Lo riconosciamo perché si arrabbia, protesta, cerca di salvare la faccia.

Il cortometraggio dimostra così un'idea fondamentale dell'animazione di personaggio. L'identità non sta nel disegno ma nel comportamento. Daffy è Daffy perché reagisce come Daffy.

La rivelazione

Il finale è uno dei più celebri della storia del cartone animato. Esasperato, Daffy chiede all'animatore di mostrarsi. L'inquadratura si allarga e scopriamo il tavolo da disegno: a tenere la matita era Bugs Bunny, che si rivolge al pubblico con una battuta sorniona.

La rivalità tra Bugs e Daffy, che Jones aveva sviluppato in altri cortometraggi come quelli della trilogia della caccia, trova qui la sua forma più pura. Bugs è il controllore calmo, Daffy la vittima isterica.

Un classico riconosciuto

Duck Amuck è stato inserito nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso statunitense nel 1999. È considerato uno dei vertici della produzione Warner e uno dei cortometraggi più influenti di sempre. Jones avrebbe ripreso l'idea in altri lavori, come Rabbit Rampage, con Bugs come vittima. Ma l'originale resta insuperato per la sua economia: un solo personaggio, nessuno sfondo stabile, e un'idea svolta fino in fondo.

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