Calimero, il pulcino nero che trasformò un detersivo in un personaggio universale
Nato a Carosello nel 1963 dalla matita dei Pagot e di Ignazio Colnaghi, Calimero è diventato un'espressione della lingua italiana e un personaggio amato anche in Giappone.

In Italia si dice «fare il Calimero» per indicare chi si lamenta di essere sempre trattato ingiustamente. Pochi personaggi animati possono vantare di essere entrati nel vocabolario comune. Il pulcino nero con mezzo guscio d'uovo in testa ci è riuscito partendo da uno spazio di pochi minuti, dentro un programma pubblicitario, al servizio di un detersivo.
La nascita a Carosello
Calimero debuttò a Carosello nel 1963. Lo crearono Nino e Toni Pagot insieme a Ignazio Colnaghi, che oltre a contribuire all'ideazione gli prestò anche la voce. Il committente era la Mira Lanza, che lo usò per pubblicizzare il detersivo Ava.
Lo schema dei siparietti era semplice e funzionava benissimo. Calimero, piccolo e nero in una famiglia di pulcini gialli, veniva escluso, deriso, maltrattato. Si lamentava con la sua celebre frase sull'ingiustizia del mondo. Alla fine interveniva una ragazza olandese che gli spiegava che non era nero, ma soltanto sporco, e lo lavava con il detersivo. Il pulcino tornava bianco e la storia si chiudeva.
Perché funzionava
La chiave del successo stava nella costruzione del personaggio. Calimero è un antieroe, piccolo e vittima, ma non è mai patetico fino in fondo. La sua lamentela è comica perché esagerata, e lo spettatore si schiera con lui proprio mentre ne sorride. È un meccanismo che i bambini capiscono subito e che gli adulti riconoscono nella propria esperienza quotidiana.
Dal punto di vista grafico il design è un piccolo capolavoro di sintesi. Un corpo tondo, due occhi grandi, le zampe sottili, il guscio sulla testa come un cappello. Su uno schermo televisivo in bianco e nero il contrasto tra il pulcino scuro e lo sfondo chiaro garantiva una leggibilità immediata. Il nero, che nella storia è un problema, nella resa visiva era un vantaggio.
C'è poi un aspetto che oggi non si può ignorare. L'idea di un personaggio emarginato a causa del colore, e «risolto» con un lavaggio, si presta a letture critiche che all'epoca non erano al centro del dibattito. Le versioni successive del personaggio hanno lasciato cadere il finale con il detersivo, concentrandosi sulle avventure e sul carattere.
La seconda vita in Giappone
Il salto internazionale arrivò negli anni Settanta, quando la Toei Animation produsse una serie televisiva dedicata al pulcino. In Giappone Calimero divenne popolarissimo e la serie circolò in molti paesi, contribuendo a fare del personaggio una figura conosciuta ben oltre i confini italiani.
Negli anni successivi seguirono altre produzioni, tra cui una nuova serie negli anni Novanta che coinvolse ancora studi giapponesi e la famiglia Pagot nella supervisione del personaggio. Calimero è diventato così uno dei rari casi di proprietà intellettuale italiana sviluppata in coproduzione con l'Asia, molto prima che il termine fosse di moda.
Un'icona di lunga durata
Oggi Calimero vive soprattutto come icona. Compare su gadget, libri, magliette, viene citato da giornalisti e politici, è riconoscibile anche da chi non ha mai visto un episodio di Carosello. La sua frase più famosa ha superato la sua origine pubblicitaria per diventare un modo di dire.
Per la storia dell'animazione italiana il pulcino rappresenta qualcosa di preciso: la dimostrazione che il formato breve e commerciale di Carosello poteva generare personaggi capaci di vivere di vita propria. Molte figure nate in quel contenitore sono state dimenticate con la fine del programma. Calimero no, ed è difficile trovare un esempio migliore di cosa sapesse fare la scuola dei Pagot.


