Il racconto dei racconti di Norstein, mezz'ora di memoria sovietica su vetro

Un lupacchiotto grigio, un poeta, un tango del tempo di guerra. Il cortometraggio di Jurij Norstein del 1979 è spesso indicato come uno dei film d'animazione più importanti mai realizzati.

Eduard Nazarov and Yuri Norstein (2011-06-28)
Immagine: Premier.gov.ru · CC BY 4.0 · Wikimedia Commons

Un lupacchiotto grigio, con occhi enormi e il pelo arruffato, guarda dalla porta di una casa abbandonata. Dentro, una luce bianca entra a fiotti e invade il pavimento. Fuori piove sulle foglie. Il lupacchiotto non fa niente di particolare. Si guarda intorno, si ritrae, torna a sbirciare. In questa immagine, che ricorre lungo tutto Il racconto dei racconti (Skazka skazok), si concentra la qualità del cinema di Jurij Norstein: un'attenzione alla luce e al tempo che pochi registi d'animazione hanno mai raggiunto.

Una struttura a frammenti

Realizzato nel 1979 per lo studio Sojuzmultfil'm di Mosca, il film dura una trentina di minuti e non ha una trama lineare. È costruito per associazioni, come un ricordo che passa da un'immagine all'altra. Norstein lo scrisse insieme alla drammaturga Ljudmila Petruševskaja, e il titolo viene da una poesia del turco Nazım Hikmet.

Ci sono diversi nuclei che ritornano. Il lupacchiotto, che viene da una ninnananna russa tradizionale. Una casa con un lampione, un tempo abitata e ora vuota. Un poeta che cerca le parole mentre un gatto lo osserva. Una famiglia che fa colazione all'aperto, sotto un albero, con un pescatore, un toro che salta la corda con una bambina, un tavolo apparecchiato. Una sala da ballo dove, sulle note di un vecchio tango, le coppie danzano finché gli uomini partono uno a uno per la guerra, e le donne restano sole.

La sequenza del tango, Utomlënnoe solnce (Il sole stanco), è il momento più toccante. Gli uomini scompaiono letteralmente dall'inquadratura, uno dopo l'altro, mentre la musica continua. Poi arrivano i fogli di carta, gli avvisi di morte. Per gli spettatori sovietici, la memoria della Grande guerra patriottica era ancora vivissima.

La tecnica

Norstein lavora con il cut-out, ma in un modo molto particolare. I personaggi e gli ambienti sono composti da piccoli pezzi di celluloide dipinti, mossi a mano sotto la macchina da presa. Il tavolo di ripresa ha più livelli di vetro sovrapposti, distanti tra loro, su cui sono disposti i diversi strati dell'immagine. In questo modo la profondità di campo è reale: la luce attraversa i vetri, si diffonde, crea velature e foschie.

Molti degli effetti del film, come la nebbia, il fumo, la luce che filtra dalla porta, sono ottenuti con materiali fisici, garze, polveri, vetri smerigliati. La direttrice artistica Francesca Jarbusova, moglie di Norstein, ha disegnato i personaggi e gli ambienti con una sensibilità pittorica che rende ogni fotogramma vicino all'illustrazione.

Il risultato è un'immagine che ha la consistenza di un ricordo: morbida, a volte sfocata, piena di dettagli tattili.

Il lupacchiotto

Il lupacchiotto è il personaggio che tiene insieme il film. Guarda le altre storie dall'esterno, le attraversa, cerca di capire. A un certo punto ruba il foglio del poeta, che si trasforma in un neonato, e fugge con lui nel bosco cullandolo. È un gesto misterioso, che Norstein non spiega.

La creatura ha una qualità emotiva enorme proprio perché fa pochissimo. Il suo modo di muovere gli occhi, di trattenere il respiro, di sobbalzare, è costruito con una precisione minima. Anche le patate cotte sul fuoco, che il lupacchiotto mangia scottandosi, diventano un momento di intimità.

Una fama costruita nel tempo

Il film fu inizialmente ostacolato dalle autorità sovietiche, che ne trovavano incomprensibile la struttura e sospetta l'atmosfera. Nonostante questo circolò nei festival e conquistò il riconoscimento dei colleghi di tutto il mondo. In diversi sondaggi internazionali tra critici e animatori, tenutisi negli anni Ottanta e nei decenni successivi, Il racconto dei racconti è stato indicato come il miglior film d'animazione di sempre.

Norstein lavora da decenni a un adattamento del Cappotto di Gogol', avviato all'inizio degli anni Ottanta e mai completato. Il suo lupacchiotto, intanto, è diventato un'icona dell'animazione d'autore. Rivedere il film oggi significa accettare un ritmo lontano dalle abitudini contemporanee, fatto di attese e silenzi. È il prezzo da pagare per uno dei film più densi che il disegno animato abbia prodotto.

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