La cinepresa multipiano, come la Disney diede profondità al disegno
Lastre di vetro dipinte a distanze diverse, una macchina da presa verticale alta come una stanza. Il vecchio mulino del 1937 fu il collaudo di un'invenzione che segnò l'animazione per mezzo secolo.

Provate a fare una carrellata in avanti su un disegno. Se tutto è sullo stesso foglio, l'immagine si ingrandisce in modo uniforme e lo spettatore percepisce subito che si tratta di una superficie piatta. Nella realtà le cose vicine si spostano più in fretta di quelle lontane, gli alberi in primo piano scorrono via mentre le montagne restano quasi ferme. È la parallasse, e un disegno singolo non la possiede.
Per ottenerla, gli studi d'animazione degli anni Trenta provarono a separare l'immagine in strati posti a distanze diverse dall'obiettivo. Il dispositivo più famoso è la cinepresa multipiano della Disney.
Precursori
L'idea non nasceva dal nulla. Lotte Reiniger, negli anni Venti, aveva lavorato con più lastre di vetro sovrapposte. Ub Iwerks, dopo aver lasciato Disney, aveva costruito nel suo studio un apparecchio multipiano orizzontale, usando secondo i racconti anche pezzi di un'automobile dismessa. I Fleischer, a New York, avevano scelto un'altra strada, con modellini tridimensionali dietro i rodovetri nel loro processo stereoottico.
La Disney lavorò a una soluzione più ambiziosa, sotto la guida tecnica dell'ingegnere William Garity.
Com'era fatta
La macchina della Disney era verticale. La cinepresa stava in cima, rivolta verso il basso. Sotto, su una struttura alta diversi metri, si trovavano fino a sei o sette piani di vetro, ognuno regolabile in altezza e spostabile in orizzontale. Su ogni piano si collocava un livello dell'immagine. In basso il cielo, più su le colline, poi gli alberi, i personaggi, e in cima, molto vicino all'obiettivo, le foglie o i rami in primo piano.
Ogni lastra aveva la propria illuminazione, così da evitare ombre e riflessi. Per una carrellata, gli operatori spostavano i vari piani di quantità diverse fra uno scatto e l'altro, seguendo calcoli precisi. I livelli vicini si muovevano di più, quelli lontani di meno. La messa a fuoco poteva essere selettiva, con il primo piano sfocato e il fondo nitido, come in un obiettivo cinematografico reale.
Era un lavoro lento e costoso. Una singola inquadratura complessa poteva richiedere giorni di ripresa e una squadra dedicata.
Il vecchio mulino
Il collaudo pubblico arrivò con The Old Mill, una Silly Symphony del 1937. Il cortometraggio, privo di dialoghi, racconta una notte in un mulino abbandonato, abitato da uccelli e pipistrelli, durante un temporale. La storia è quasi inesistente. Il vero soggetto è l'atmosfera, la luce che cambia, la pioggia, il riflesso dell'acqua, la carrellata d'apertura che attraversa erbe e ragnatele per avvicinarsi all'edificio.
Il film vinse l'Oscar per il miglior cortometraggio d'animazione e la tecnologia ricevette un riconoscimento tecnico dall'Academy. Per la Disney era la prova generale di Biancaneve, che uscì alla fine dello stesso anno e usò la multipiano in alcune scene chiave.
Uso e declino
Nei film successivi la multipiano divenne uno strumento di regia. L'apertura di Pinocchio, con la cinepresa che scende sul villaggio addormentato, è uno degli esempi più citati. Bambi ne fece un uso esteso per le scene nella foresta, dove la profondità dei fondali è parte del racconto.
I costi però erano alti, e con la crisi economica dello studio negli anni Quaranta e Cinquanta l'uso diminuì. Si ricorse alla multipiano per scene particolari, mentre la maggior parte del lavoro tornava su una ripresa tradizionale. Altri studi costruirono macchine proprie, più piccole e meno complesse.
La vera erede della multipiano fu il digitale. Negli anni Novanta il sistema CAPS sviluppato con la Pixar permise di posizionare i livelli in uno spazio virtuale e di muovere la cinepresa con la stessa logica, senza vetri, lampade e operatori. Oggi qualsiasi software di compositing 2D offre una forma di multipiano. Il principio, però, è quello di The Old Mill: un'immagine divisa in strati, ciascuno alla sua distanza, perché il disegno sembri un luogo.


