Perché gli animatori disegnano con la matita blu, e a cosa serve quella rossa
La carta forata, le matite colorate cancellabili, la grafite per il ripasso. Gli strumenti di carta dell'animazione tradizionale hanno regole precise, nate da esigenze tecniche.

Chi osserva un disegno originale d'animazione, di quelli che si trovano nelle mostre o nelle aste, nota spesso un dettaglio curioso. Sotto la linea definitiva in grafite scura si intravede un groviglio di tratti azzurri, a volte rossi, leggeri e veloci. Sono le tracce del lavoro preparatorio, e quei colori non sono casuali.
La matita blu
Per decenni l'animatore ha iniziato il disegno con una matita colorata blu chiaro. Il motivo era tecnico. Le pellicole e, più tardi, le fotocopiatrici usate per trasferire i disegni sul rodovetro erano poco sensibili a certe tonalità di blu. Lo schizzo preliminare poteva quindi restare sul foglio senza comparire nella ripresa, mentre la linea definitiva in grafite veniva registrata. Nell'editoria esisteva lo stesso principio con il cosiddetto blu non fotografabile.
Col tempo la matita blu è diventata un'abitudine anche dove la ragione tecnica era scomparsa. Disegnare in blu ha un vantaggio percettivo: le linee costruttive restano leggere e si distinguono facilmente da quelle definitive. L'animatore può sbagliare, cercare, sovrapporre tentativi, e poi ripassare in nero la linea giusta senza confondersi.
Molti usano matite colorate cancellabili, prodotte da diverse marche, che permettono di correggere senza rovinare la carta. Sono più morbide della grafite e scorrono bene sul foglio.
La matita rossa e gli altri colori
Il rosso ha altri usi. In molti studi serviva per le correzioni del supervisore o del regista, tracciate sopra il disegno dell'animatore in modo da essere riconoscibili. Si usava anche per indicare elementi particolari, come effetti speciali, linee di movimento o aree da trattare diversamente nella colorazione.
Nell'animazione giapponese la pratica è particolarmente codificata. Linee rosse, blu e a volte verdi indicano i confini delle ombre e delle luci sul personaggio, e chi colora sa che quelle linee non vanno tracciate in nero ma diventano bordi tra zone di colore. È un linguaggio di segni condiviso da tutta la catena produttiva.
La carta
La carta da animazione è sottile, più leggera di quella da disegno comune, perché deve essere semitrasparente sotto la luce del tavolo. L'animatore vede in trasparenza i fogli sottostanti e disegna quello nuovo tenendone conto.
I fogli sono forati secondo uno standard di registro, il più comune dei quali è il sistema Acme con tre fori. I formati sono definiti in base al campo, cioè all'area inquadrata dalla telecamera. Si parla di carta a dodici campi o a sedici campi, misure che indicano quanto spazio è disponibile per il disegno. Una scena con un ampio movimento di camera poteva richiedere fogli più grandi del normale.
La superficie della carta ha un peso nel risultato. Deve accogliere la grafite senza sbavare, resistere alla gomma, non ingiallire troppo in fretta. Gli studi la acquistavano in grandi quantità da fornitori specializzati.
La grafite e il ripasso
Dopo il blu arriva la grafite. Nella fase di clean-up, il disegno grezzo viene ripassato con una linea pulita e uniforme, spesso su un foglio nuovo sovrapposto al precedente. Qui si scelgono matite di durezza media, che diano un tratto nero ma preciso. Alcuni preferiscono le portamine, che garantiscono uno spessore costante.
Chi lavora in digitale ha ereditato questa logica. Molti programmi permettono di disegnare il rough su un livello colorato e il clean-up su un altro in nero, e non pochi animatori scelgono proprio l'azzurro per i loro schizzi digitali. Il blu non serve più a ingannare una fotocopiatrice. Serve ancora a pensare.


