Astro Boy, 1963, la prima serie anime settimanale e il prezzo della velocità

Il robot bambino di Osamu Tezuka ha inaugurato la televisione animata giapponese. Ecco come è stato fatto, cosa raccontava e perché il suo modello produttivo pesa ancora oggi.

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Immagine: 早川書房 · Public domain · Wikimedia Commons

Il 1° gennaio 1963 Fuji TV trasmise il primo episodio di Tetsuwan Atom. Non era il primo cartone animato apparso sulla televisione giapponese, ma era la prima serie animata di mezz'ora con cadenza settimanale prodotta in Giappone. Per tre anni e quasi duecento episodi, ogni settimana un nuovo racconto del bambino robot. In Italia lo conosciamo con il nome internazionale di Astro Boy.

Il personaggio

Atom nasce sulla carta nel 1952, nelle pagine del manga di Osamu Tezuka. È un robot costruito da uno scienziato, il dottor Tenma, a immagine del figlio morto in un incidente. Deluso dal fatto che il robot non cresca, lo scienziato lo rifiuta e lo vende a un circo. Il professor Ochanomizu lo riscatta e lo accoglie, e Atom diventa un difensore della pace con poteri straordinari.

Il personaggio porta con sé temi seri, malgrado il tono avventuroso. La discriminazione contro i robot, cittadini di serie B in un mondo che li sfrutta, è una metafora riconoscibile del razzismo e delle diseguaglianze. La serie trasmette un forte ottimismo tecnologico, tipico del Giappone della crescita economica, accanto alla paura dell'uso militare della scienza.

Come si produceva

Nel 1963 la Mushi Production di Tezuka era uno studio giovane, con una squadra piccola rispetto alla Toei. Produrre ogni settimana un episodio con l'animazione piena dei lungometraggi era impensabile. Tezuka e i suoi collaboratori scelsero un'altra strada, poi chiamata animazione limitata.

Le soluzioni adottate sono diventate standard dell'industria.

  • Meno disegni al secondo. Molte azioni venivano animate a tre fotogrammi per disegno, invece di uno o due.
  • Riuso delle sequenze. Il volo di Atom, le trasformazioni, alcune azioni ricorrenti venivano archiviate e riutilizzate in episodi diversi.
  • Animazione parziale. Solo la bocca o gli occhi si muovevano, mentre il resto del corpo restava fermo.
  • Movimenti di macchina sui disegni fermi, con carrellate e zoom per dare dinamismo senza disegnare.

Il risultato era meno fluido dei cartoni americani per il cinema, ma molto più veloce da produrre. In compenso la regia sfruttava le inquadrature e il montaggio, avvicinandosi al linguaggio del fumetto.

Il prezzo basso

La parte più discussa è quella economica. Per convincere l'emittente e lo sponsor, Tezuka vendette la serie a un prezzo molto inferiore al costo effettivo di produzione. Contava di recuperare con i diritti sui personaggi, le licenze per giocattoli, adesivi e prodotti alimentari, e con le vendite estere. La serie arrivò infatti negli Stati Uniti nello stesso 1963, adattata per il mercato televisivo americano.

Questa scelta funzionò per Astro Boy, ma creò un precedente. Molti storici e professionisti del settore la considerano all'origine dei budget bassi delle serie animate giapponesi, sostenuti dai diritti collaterali e pagati in parte con i compensi modesti degli animatori.

Il bianco e nero e i remake

La serie originale era in bianco e nero, come gran parte della televisione giapponese del periodo. Atom è tornato più volte sugli schermi, con un remake a colori nel 1980, prodotto da Tezuka Productions, e una nuova serie nel 2003. Il suo volto, con i due ciuffi neri appuntiti, è diventato un'icona.

Guardare oggi gli episodi del 1963 fa un effetto curioso. L'animazione è rigida, i fondali essenziali, molte scene si ripetono. Eppure è possibile riconoscere lì tutto quello che sarebbe venuto dopo: il personaggio seriale, il legame con il merchandising, la regia che compensa la povertà dei mezzi con l'inquadratura. L'anime televisivo nasce in quella mezz'ora.

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