Dal rodovetro al digitale, come è cambiata la produzione degli anime
Tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila l'animazione giapponese ha abbandonato acetati, colori acrilici e macchina da presa. Ma il disegno a mano, in larga parte, è rimasto.

Nel 2013 la serie televisiva Sazae-san, in onda in Giappone dal 1969, abbandonò il rodovetro e passò alla colorazione digitale. Era rimasta tra le ultime produzioni televisive giapponesi a usare ancora i fogli di acetato dipinti a mano. Quel passaggio, poco notato fuori dal Giappone, segnò simbolicamente la fine di un'epoca. In pochi anni, tra la fine degli anni Novanta e l'inizio dei Duemila, l'intera industria era passata al digitale.
Come si lavorava prima
Fino agli anni Novanta il procedimento era quasi artigianale. I disegni degli intercalatori, su carta, venivano trasferiti su fogli trasparenti di acetato, i rodovetri, con un processo di copiatura a ricalco o a fotocopia termica. Sul retro dei fogli i coloristi stendevano a mano i colori acrilici, una zona dopo l'altra.
I rodovetri venivano poi sovrapposti ai fondali dipinti e fotografati, fotogramma per fotogramma, con una macchina da presa da animazione montata in verticale su un banco. Effetti come luci, sfocature, trasparenze richiedevano esposizioni multiple, filtri, trucchi ottici. Ogni errore significava rifare la ripresa.
Il sistema aveva un limite materiale. Ogni rodovetro aggiungeva uno strato di acetato che leggermente scuriva l'immagine, per cui il numero di livelli sovrapposti era limitato. Inoltre i colori disponibili erano quelli prodotti dai fornitori specializzati, e con la crisi del settore alcune tinte cominciarono a scarseggiare.
La transizione
Il digitale entra gradualmente. Negli anni Novanta i primi software, come RETAS di Celsys e la versione giapponese di Toonz, permettono di scansionare i disegni e colorarli al computer, e poi di comporre le inquadrature senza macchina da presa.
Le tappe più visibili sono legate ai lungometraggi. Lo Studio Ghibli usò per la prima volta la colorazione digitale e la computer grafica in alcune scene di Principessa Mononoke (1997). Con I miei vicini Yamada (1999) di Isao Takahata realizzò il suo primo film interamente in digitale. Le serie televisive seguirono rapidamente. Toei e altri grandi studi convertirono i loro processi alla fine degli anni Novanta, e nei primi anni Duemila il rodovetro era ormai un'eccezione.
Che cosa è cambiato davvero
Il passaggio al digitale ha riguardato soprattutto alcune fasi.
- Colorazione. I disegni vengono scansionati e colorati al computer, con tavolozze che si possono cambiare facilmente, per esempio per scene notturne.
- Composizione. La vecchia ripresa sul banco è diventata composizione digitale. Si possono sovrapporre infiniti livelli, aggiungere luci, ombre, sfocature, riflessi, movimenti di macchina complessi.
- Fondali. Molti vengono dipinti direttamente al computer.
- Computer grafica. Veicoli, folle, oggetti complessi vengono spesso realizzati in 3D e integrati con l'animazione disegnata.
L'animazione vera e propria, invece, è rimasta a lungo su carta. Per molti anni animatori chiave e intercalatori hanno continuato a disegnare a matita, con i fogli poi scansionati.
Il disegno digitale
Solo più di recente si è diffuso il disegno direttamente su tavoletta. Software come Clip Studio Paint, TVPaint o OpenToonz consentono di animare senza carta. Alcuni studi, come Science SARU, hanno costruito il proprio flusso di lavoro sul digitale fin dall'inizio. Altri convivono con un sistema misto, che complica la gestione ma rispetta le abitudini degli animatori più esperti.
Il digitale ha portato anche nuovi problemi. Con la composizione più potente è cresciuto il peso degli effetti di luce e dei filtri, a volte usati per mascherare un'animazione povera. La possibilità di correggere tutto fino all'ultimo ha talvolta allungato le catene di revisione.
Un'estetica nuova
Il passaggio ha cambiato anche l'aspetto degli anime. Colori più brillanti e uniformi, linee più pulite, luci morbide, profondità di campo simulate. Chi guarda una serie degli anni Ottanta riconosce subito la grana della pellicola, le piccole imperfezioni dei colori a mano, le polveri sui rodovetri.
Molti appassionati conservano una nostalgia per quell'aspetto materiale. Alcuni registi contemporanei lo simulano deliberatamente, con filtri che imitano la grana e le sbavature. Il segno che anche una tecnica superata può diventare uno stile.


