Goldrake e gli altri, come gli anime hanno invaso la televisione italiana

Dal 4 aprile 1978 alle emittenti private degli anni Ottanta, l'Italia è stata uno dei primi paesi occidentali a importare in massa l'animazione giapponese. Con adattamenti creativi, polemiche e sigle indimenticabili.

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Illustrazione generata con intelligenza artificiale (Magnific) per Animazione2D

Martedì 4 aprile 1978, Rete 2. Nel tardo pomeriggio la Rai manda in onda il primo episodio di Atlas UFO Robot, titolo italiano di UFO Robot Grendizer. Il protagonista è Actarus, principe alieno in esilio che pilota il robot Goldrake per difendere la Terra. Nel giro di poche settimane la serie diventa un fenomeno. I bambini italiani imparano a gridare i nomi delle armi, i dischi delle sigle scalano le classifiche, i giornali cominciano a interrogarsi su quel cartone animato venuto dal Giappone.

Il terreno favorevole

L'arrivo massiccio degli anime in Italia non fu un caso. Alla fine degli anni Settanta la televisione italiana stava cambiando. La Rai si era da poco aperta al colore e, con la liberalizzazione dell'etere, nascevano in tutta Italia centinaia di emittenti locali private. Tutte avevano bisogno di riempire molte ore di palinsesto, e le serie giapponesi erano lunghe, disponibili in grande quantità e meno costose di molti prodotti americani.

Nello stesso 1978 la Rai trasmise anche Heidi, che conquistò un pubblico diverso, più familiare. Poco dopo arrivarono molte altre serie, da Capitan Harlock a Lady Oscar, da Mazinga Z a Candy Candy.

L'epoca delle private

Negli anni Ottanta le reti commerciali, poi riunite sotto il gruppo Fininvest, trasformarono gli anime in un pilastro della programmazione per ragazzi. Contenitori come Bim Bum Bam, nato nel 1981, alternavano serie giapponesi, giochi e conduttori in studio. Le reti locali continuavano intanto a trasmettere titoli di ogni tipo, spesso acquistati in blocco.

In quegli anni passarono in Italia centinaia di serie. Alcune, come Holly e Benji, Kiss Me Licia, Ken il guerriero, Lamù, Occhi di gatto, I Cavalieri dello zodiaco, segnarono una generazione.

Adattamenti creativi

Il modo in cui queste serie arrivavano agli spettatori era molto diverso dall'originale. Gli adattamenti italiani seguivano regole proprie.

  • Nomi cambiati. Molti personaggi venivano ribattezzati con nomi occidentali, per rendere le storie più familiari. In Holly e Benji, tratto da Captain Tsubasa, i protagonisti avevano nomi inglesi.
  • Riferimenti al Giappone eliminati. Cibi, festività, scritte venivano a volte nascosti o rinominati nei dialoghi.
  • Censure. Scene violente o considerate inadatte ai bambini venivano tagliate, e i dialoghi ammorbiditi. Il fenomeno divenne più evidente quando le serie per adolescenti furono trasmesse in fascia pomeridiana.
  • Sigle originali italiane. Invece di tradurre le canzoni giapponesi, si scrivevano sigle nuove, spesso con un'identità musicale molto forte.

Le sigle diventarono un fenomeno culturale a sé. Cristina D'Avena, a partire dai primi anni Ottanta, legò la sua voce a un numero enorme di serie trasmesse dalle reti Fininvest.

Le polemiche

Il successo portò anche critiche. Già all'epoca di Goldrake intellettuali, pedagogisti e politici discussero pubblicamente dell'effetto che quei cartoni violenti e ripetitivi avrebbero avuto sui bambini. La parola «giapponese» divenne per anni sinonimo, nel dibattito pubblico, di animazione di bassa qualità.

Era un giudizio spesso superficiale, che metteva insieme serie molto diverse, dalle opere di Takahata ai robot di Nagai. Ma contribuì a spingere verso adattamenti sempre più prudenti e a confinare a lungo gli anime nella fascia dei programmi per l'infanzia.

L'eredità

L'Italia è stata uno dei primi paesi occidentali a scoprire gli anime in modo massiccio, prima degli Stati Uniti. Questo ha creato un legame profondo tra il pubblico italiano e l'animazione giapponese, con una generazione cresciuta sui robot e sulle maghette.

Molti di quegli spettatori, diventati adulti, hanno poi riscoperto le versioni integrali, letto i manga, scoperto gli autori. Le edizioni home video con i doppiaggi rifatti e più fedeli, e più tardi lo streaming, hanno restituito molte serie nella loro forma originale. Resta il fatto che, per milioni di italiani, Goldrake parlerà sempre con la voce del doppiaggio del 1978.

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