Suzume di Makoto Shinkai, un road movie che chiude le porte del 2011
Una studentessa del Kyushu, un ragazzo trasformato in sedia e un viaggio verso nord-est. Con Suzume Shinkai affronta direttamente il terremoto del Tōhoku, e il suo cinema ne esce più maturo.

Una sedia di legno per bambini, con tre gambe soltanto, corre lungo una banchina inseguendo un gatto bianco. Detta così sembra la premessa di un corto comico, e per un buon tratto Suzume è anche questo: una commedia d'avventura brillante, piena di inseguimenti e di slapstick. Poi il film arriva dove voleva andare fin dall'inizio, nel paese del Tōhoku spazzato via dallo tsunami dell'11 marzo 2011, e cambia natura.
Il nuovo lungometraggio di Makoto Shinkai, prodotto da CoMix Wave Films insieme a Story Inc., è uscito nelle sale giapponesi l'11 novembre. Arriva dopo Your Name e Weathering With You, due film che parlavano di catastrofi naturali per metafora o per spostamento fantastico. Questa volta la catastrofe ha un nome e una data, e il regista la guarda in faccia.
Le porte, il verme, il gatto
Suzume Iwato ha diciassette anni e vive nel Kyushu con la zia Tamaki, che l'ha cresciuta dopo la morte della madre. Una mattina incrocia un ragazzo, Souta Munakata, che cerca rovine abbandonate. Lo segue in un vecchio complesso termale in disuso e vi trova una porta isolata, in piedi in mezzo alle macerie, che dà su un campo stellato in cui non si può entrare. Senza volerlo libera anche un gatto, che era una pietra di chiave e tratteneva una creatura gigantesca, un verme immenso capace di provocare terremoti quando esce da quelle porte.
Souta è un chiudiporte, l'erede di una famiglia che da generazioni sigilla questi passaggi. Il gatto, che il web battezza Daijin, lo trasforma nella sedia di cui sopra. Da lì comincia il viaggio, in traghetto, in auto, in treno, lungo un Giappone di luoghi abbandonati: una scuola deserta a Ehime, un parco divertimenti chiuso vicino a Kobe, poi Tokyo, infine il nord-est.
Il paesaggio come memoria
Shinkai è noto per i suoi fondali, e anche qui la direzione artistica di Takumi Tanji è di altissimo livello. I cieli, le luci al tramonto, i riflessi sull'acqua hanno la consueta precisione quasi fotografica. Ma Suzume usa questa abilità in modo più consapevole che in passato. Le rovine visitate dai personaggi sono luoghi svuotati dallo spopolamento, dalla crisi economica, dai disastri, e il film le ritrae con una tenerezza che le restituisce alla vita per qualche minuto. Prima di chiudere ogni porta Suzume deve ascoltare le voci di chi ci passava, e quelle voci rimettono gente in posti dimenticati.
L'animazione dei personaggi, coordinata da Kenichi Tsuchiya sul design di Masayoshi Tanaka, regala soprattutto la sedia. Tre gambe, uno schienale che somiglia appena a un viso, nessuna espressione possibile, eppure è uno dei personaggi più espressivi del film. Corre, inciampa, si blocca, salta, e ogni movimento è risolto con una comicità fisica che ricorda il miglior cartoon. È qui che il disegno di Shinkai, spesso accusato di freddezza, trova un calore inatteso.
Meno felice è il verme. Le sequenze in cui la creatura emerge sopra le città sono spettacolari, ma i suoi effetti hanno una consistenza digitale che stona con il resto. Lo stesso vale per qualche movimento di macchina troppo fluido, che fa pesare l'impronta del software sul lavoro a mano.
Il ritorno a casa
Il film ha anche altri limiti. Gli incontri lungo la strada, con la ragazza di Ehime e con la madre single che gestisce un bar a Kobe, sono simpatici ma tutti costruiti allo stesso modo. La musica dei Radwimps e di Kazuma Jinnouchi accompagna con generosità, a volte con troppa insistenza. Il rapporto fra Suzume e Souta resta più un'idea che una storia d'amore.
Il viaggio finale verso il Tōhoku, in auto con la zia e un amico di Souta, risolve quasi tutto. Il conflitto fra Suzume e Tamaki, la donna che ha rinunciato a molto per crescerla, esplode in una scena di grande crudezza emotiva. E l'arrivo nel paese distrutto, con i campi d'erba dove c'erano le case e il ritorno ai ricordi del 2011, è la parte più coraggiosa del cinema di Shinkai finora. Senza retorica e senza spettacolarizzare il dolore, Suzume parla di una generazione cresciuta dopo il disastro e del diritto di andare avanti. Resta il suo film più compiuto.


