Honekami, il gran premio di Ottawa va a un osso che non si riesce a mangiare

Il corto di Honami Yano, prodotto da Koji Yamamura e premiato a Ottawa, ricostruisce a puntini la morte di un padre e un rito funebre giapponese. Dieci minuti di memoria e di pudore.

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Illustrazione generata con intelligenza artificiale (Magnific) per Animazione2D

In alcune zone del Giappone, dopo la cremazione, i familiari mangiano un frammento delle ossa del defunto. Si chiama honekami, letteralmente «mordere l'osso», e serve a trattenere dentro di sé chi se n'è andato. Honami Yano è cresciuta su una piccola isola dove l'usanza era ancora viva. Quando suo padre è morto, le hanno chiesto di mangiare uno dei suoi ossi. Lei non ci è riuscita.

Da quella esitazione nasce Honekami (in inglese A Bite of Bone), il corto di poco meno di dieci minuti che ha appena vinto il Gran premio per il cortometraggio al festival di Ottawa, la cui edizione numero 45 si è tenuta anche quest'anno online. Una vittoria che sorprende solo chi non l'ha visto.

Un'estate ricostruita a puntini

La prima cosa che colpisce è la superficie dell'immagine. Yano disegna per punti, con una tecnica che ricorda il puntinismo e che nell'animazione si incontra di rado, perché costringe a ricostruire ogni fotogramma granello dopo granello. Le figure non hanno contorni netti. Emergono da una nebulosa di segni, si addensano, poi tornano a disperdersi. È l'immagine più precisa che si possa pensare per la memoria di un'infanzia, dove i dettagli ci sono ma non si lasciano afferrare.

Il racconto segue una bambina durante l'ultima estate passata con il padre, fino al funerale. Non c'è una vera trama, ci sono momenti: un paesaggio dell'isola, un gesto, il corpo del genitore malato, la sala della cremazione. Una voce narrante, affidata a Ayamo Tano, accompagna le immagini con pochi frammenti di parole.

L'isola e il deposito

C'è poi un secondo strato, meno evidente e più inquietante. Sulla montagna dietro la casa di famiglia c'era un deposito di munizioni risalente alla guerra, e il film mette in relazione quel luogo con la morte del padre. Yano non spiega il legame e fa bene. Le ossa del genitore e le rovine militari diventano due modi in cui il passato resta nel paesaggio, sepolto ma presente, qualcosa che non si riesce né a digerire né a rimuovere.

Questo è il punto in cui Honekami smette di essere un diario privato e diventa un film sul Giappone. La morte individuale e la storia collettiva si toccano senza retorica, attraverso un'immagine del territorio. Il puntinismo aiuta anche qui: la montagna, le gallerie, la casa sono fatte della stessa materia della bambina e del padre.

La scuola di Yamamura

Il film è nato durante il percorso di Yano alla Tokyo University of the Arts, dove l'autrice lavorava come assistente di ricerca nel corso di laurea specialistica, ed è prodotto da Koji Yamamura con la sua piccola società Au Praxinoscope. La parentela si sente. Come nei lavori di Yamamura, il disegno qui ha un valore quasi fisico, l'animazione rifiuta la fluidità industriale e si concentra sulla trasformazione delle forme.

Ma Honekami non è un'imitazione. La sensibilità di Yano è più trattenuta, più femminile nel senso concreto di uno sguardo di figlia, e soprattutto più disposta a lasciare zone vuote. Alcuni passaggi sono così rarefatti da rischiare l'astrazione, e lo spettatore distratto potrebbe perdere il filo. È il prezzo di un film che non vuole spiegare il lutto ma rifarne l'esperienza.

Perché ha vinto

Ottawa ha una tradizione di premi coraggiosi, e quest'anno la giuria ha scelto un'opera piccola, lenta, che chiede attenzione. Il riconoscimento rende il corto idoneo alla corsa agli Oscar, cosa che per un film così intimo ha qualcosa di paradossale. Comunque vada, Honekami è una delle opere d'animazione più personali viste nel 2021. Il gesto mancato da cui parte, quell'osso rimasto in mano, è diventato un film che si porta dentro a lungo, proprio come il rito vorrebbe.

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