A New Dawn, i fuochi d'artificio di Yoshitoshi Shinomiya sfidano la ruspa
Unico film d'animazione in concorso alla Berlinale, l'esordio di Shinomiya racconta due giorni dentro una fabbrica di fuochi d'artificio destinata alla demolizione. Acquerello, nostalgia e polvere da sparo.

Una fabbrica di fuochi d'artificio che sta per essere rasa al suolo è un'immagine quasi troppo perfetta per un film d'animazione giapponese. C'è la fine di un mondo artigiano, c'è la luce, c'è l'attesa di un'esplosione che durerà pochi secondi. Yoshitoshi Shinomiya lo sa bene e ci costruisce sopra il suo primo lungometraggio, A New Dawn (titolo originale Hanarokushō ga akeru hi ni), presentato in questi giorni nel concorso principale della Berlinale, dove è l'unico titolo animato in corsa per l'Orso d'oro.
Il nome di Shinomiya non è nuovo per chi segue da vicino il cinema di Makoto Shinkai. Ha dipinto fondali per Il giardino delle parole e ha diretto sequenze di Your Name. Il debutto da regista, scritto da lui su soggetto originale, porta con sé quell'educazione all'atmosfera, ma prende una strada diversa.
Due giorni in una fabbrica sotto assedio
Siamo ad Ajiro, cittadina di mare. Da oltre trecento anni una famiglia che si vanta di discendere dai pirati produce fuochi d'artificio, e adesso un progetto di riqualificazione urbana impone lo sgombero. Sentarō, il fratello assennato, chiama da Tokyo Kaoru, amica d'infanzia, perché lo aiuti a convincere Keitarō a uscire dalla fabbrica dove si è barricato. Keitarō però ha altri piani. Vuole lanciare lo Shuhari, il fuoco leggendario lasciato dal padre, come ultimo spettacolo prima del sequestro. I tre finiscono per chiudersi dentro insieme.
Il racconto si consuma in due giornate, e la compressione fa bene al film. Dura poco più di settantacinque minuti, non c'è tempo per i preamboli. Le schermaglie con gli ufficiali giudiziari, la preparazione delle cariche, i ricordi d'infanzia che tornano a galla tra un barile e l'altro hanno il ritmo di una veglia.
Un acquerello che sa di carta
Lo Studio Outrigger, che firma l'animazione in coproduzione con la francese Miyu Productions e con Asmik Ace, ha scelto una colorazione morbida, dichiaratamente pittorica, che imita l'acquerello. I personaggi sono animati in modo tradizionale e la linea resta leggera. Per chi si aspettava il fotorealismo luminoso della scuola Shinkai la sorpresa è netta. Qui i colori assorbono la luce invece di rifletterla, e il verde rame del titolo giapponese (il hanarokushō, un pigmento che vira al blu verde) diventa una specie di filo cromatico che attraversa tutto il film.
C'è anche una breve parentesi in plastilina, un inserto che spezza la superficie dipinta. Sulla carta poteva sembrare un vezzo, in sala funziona come uno scarto di registro, un ricordo che prende consistenza diversa dal presente.
Le musiche di Shūta Hasunuma accompagnano senza invadere. Tra le voci originali Riku Hagiwara presta a Keitarō una testardaggine credibile, Kotone Furukawa dà a Kaoru il passo di chi è tornata controvoglia e Miyu Irino fa di Sentarō il più adulto dei tre, forse il più stanco.
Dove il film inciampa
Il limite di A New Dawn sta nella sua stessa grazia. La storia della comunità che resiste alla speculazione è nota e Shinomiya non la complica molto. Gli antagonisti restano sullo sfondo, figure di servizio, e la tensione tra i tre protagonisti si scioglie in fretta, con una facilità che toglie peso al finale. Si avverte la mano di un pittore più che quella di un drammaturgo.
Eppure quando arriva il momento del lancio, e non è il caso di dire come vada, il film trova un'emozione semplice e pulita. È la stessa che dà un fuoco d'artificio ben riuscito: si sa benissimo che svanirà, ed è proprio questo il punto. Per un'opera prima, un risultato che merita attenzione, e la prova che l'animazione giapponese d'autore sa ancora cercare forme fuori dai binari dei grandi incassi.
L'uscita nelle sale giapponesi è fissata per il 6 marzo.


