Pinocchio disegnato in Italia, tre tentativi di riprendersi il burattino
Dal progetto incompiuto degli anni Trenta al film di Giuliano Cenci del 1972 fino a quello di Enzo D'Alò con Mattotti. Come l'animazione italiana ha provato a raccontare Collodi.

Ogni volta che un regista italiano affronta Pinocchio deve fare i conti con un'ombra. Il film di Disney del 1940 ha fissato nell'immaginario mondiale un burattino tirolese, tenero e simpatico, molto lontano dal monello inquieto e spesso sgradevole del libro di Collodi. Riportare Pinocchio alle sue origini toscane è stato, per l'animazione italiana, una specie di questione d'onore.
Il primo tentativo
Il primo progetto di un Pinocchio animato italiano risale alla metà degli anni Trenta. Un gruppo di disegnatori romani riuniti nella Cair, la società Cartoni Animati Italiani Roma, avviò la produzione di un lungometraggio a colori, con l'ambizione di arrivare prima degli americani. Il film non fu mai completato per problemi tecnici ed economici, e quando Disney uscì con il suo l'occasione era perduta.
Di quel progetto restano frammenti, disegni preparatori, testimonianze. È il primo capitolo di una storia fatta di tentativi, e dice molto delle difficoltà dell'animazione italiana dell'epoca.
Un burattino di nome Pinocchio
Il primo lungometraggio animato italiano su Pinocchio a raggiungere le sale fu Un burattino di nome Pinocchio, diretto da Giuliano Cenci e uscito nel 1972. Il film nasceva con un intento dichiarato: essere fedele al libro di Collodi, alle sue ambientazioni, ai suoi personaggi, al suo tono.
Il Pinocchio di Cenci è un burattino di legno vero, spigoloso, ambientato in una campagna toscana riconoscibile. Il Grillo Parlante non è una coscienza simpatica in frac, il Gatto e la Volpe sono truffatori senza fascino, la Fata ha un'aura misteriosa. Il film segue la struttura episodica del romanzo con rispetto, a volte con un eccesso di zelo che ne rallenta il ritmo.
Per molti spettatori italiani cresciuti negli anni Settanta e Ottanta, questo film è stato il Pinocchio di riferimento, trasmesso spesso in televisione. Ha avuto il merito di riportare l'attenzione sul testo originale e di proporre un'alternativa al modello disneyano.
Il Pinocchio di D'Alò e Mattotti
Quarant'anni dopo, nel 2012, Enzo D'Alò affrontò a sua volta il burattino. Il suo Pinocchio poteva contare su due collaborazioni importanti. Il design dei personaggi e degli ambienti fu affidato a Lorenzo Mattotti, uno dei maggiori illustratori italiani, e le musiche a Lucio Dalla, che vi lavorò negli ultimi anni della sua vita.
Il film ha un'identità visiva molto forte. Mattotti costruisce un mondo fatto di colori intensi, forme semplificate, paesaggi che sembrano dipinti. Pinocchio è una figura sottile e nervosa, sempre in movimento. Lo stile si allontana tanto dal realismo di Cenci quanto dalla rotondità disneyana, cercando una terza via più vicina all'illustrazione d'autore.
D'Alò interviene sulla struttura del romanzo, condensando e reinterpretando alcuni episodi. Il rapporto tra Pinocchio e Geppetto diventa il centro emotivo del film. Il risultato è un'opera più libera rispetto al libro, con una forte impronta personale.
Perché Pinocchio è così difficile
Le difficoltà di adattare Pinocchio dipendono dalla natura del testo. Collodi scrisse il romanzo a puntate, con una struttura episodica, toni che cambiano bruscamente, un protagonista tutt'altro che simpatico. È un libro crudele, a tratti cupo, pieno di morte e di punizioni. Renderlo un film per famiglie significa scegliere che cosa tenere e che cosa smussare.
I diversi adattamenti italiani rappresentano risposte diverse a questo problema. Cenci sceglie la fedeltà, D'Alò e Mattotti l'interpretazione artistica. Entrambe le strade hanno pregi e limiti, e nessuna ha cancellato l'ombra disneyana. Ma insieme hanno contribuito a riportare Pinocchio dove era nato, in un'Italia di campagne, osterie e strade polverose.


