Pagot Film, lo studio milanese che ha attraversato mezzo secolo di animazione
Dai lungometraggi del dopoguerra a Carosello, fino alle coproduzioni con il Giappone. Profilo dello studio fondato da Nino e Toni Pagot e portato avanti dai figli Marco e Gi.

Pochi cognomi ricorrono nella storia dell'animazione italiana quanto Pagot. Lo si trova nei titoli di testa di un lungometraggio del 1949, nei codini pubblicitari di Carosello, nei crediti di una serie realizzata con un giovane regista giapponese che sarebbe diventato Hayao Miyazaki. Dietro c'è una famiglia di disegnatori milanesi e uno studio, la Pagot Film, che per decenni ha funzionato come scuola e officina.
I due fratelli
Nino e Toni Pagot cominciarono nel fumetto e nell'illustrazione, in quella Milano degli anni Trenta dove editoria per ragazzi, pubblicità e primi esperimenti di cinema d'animazione si toccavano di continuo. Nino era il regista e l'organizzatore, Toni un disegnatore dal tratto pulito e comunicativo. Insieme firmarono I fratelli Dinamite, completato tra mille difficoltà durante la guerra e uscito nel 1949.
Il lungometraggio non aprì la strada a una produzione cinematografica regolare. Aprì invece la strada a qualcosa di più solido dal punto di vista economico, la pubblicità animata. Quando nel 1957 la Rai inaugurò Carosello, lo studio dei Pagot era pronto a sfruttare l'occasione.
La stagione di Carosello
Per vent'anni Carosello fu il cuore dell'attività dello studio. I Pagot crearono personaggi seriali per diversi marchi, con un'attenzione costante alla riconoscibilità del segno e alla chiarezza della gag. Il più celebre è Calimero, il pulcino nero nato nel 1963 per un detersivo, inventato insieme a Ignazio Colnaghi e destinato a una fama internazionale.
Il formato di Carosello imponeva regole rigide: un piccolo racconto autonomo e, solo nel finale, il messaggio pubblicitario. Per uno studio di animazione era un banco di prova ideale. Bisognava inventare storie brevi, costruire personaggi capaci di tornare ogni settimana, lavorare con scadenze serrate. Molti animatori italiani di generazioni successive si sono formati in quel contesto.
Il passaggio di testimone
Nino Pagot morì nel 1972. Lo studio proseguì con Toni e con la generazione successiva, i figli di Nino, Marco e Gi Pagot. Furono loro a guidare negli anni Ottanta il progetto più ambizioso e insieme più tormentato della casa, Il fiuto di Sherlock Holmes, coproduzione tra la Rai e lo studio giapponese Tokyo Movie Shinsha, con personaggi canini disegnati dai Pagot e alcuni episodi diretti da Miyazaki.
Marco e Gi Pagot si occuparono anche di riportare in vita Calimero e di sviluppare altri personaggi della tradizione dello studio, come il draghetto Grisù. In parallelo l'attività pubblicitaria continuava, adattandosi alla fine di Carosello e all'arrivo degli spot brevi.
Un'eredità di metodo
Ciò che la Pagot Film ha lasciato non è solo un catalogo di personaggi. È un modo di lavorare che univa la cura artigianale del disegno a una mentalità produttiva. Lo studio sapeva rispettare budget e consegne, sapeva dialogare con committenti esigenti e con partner stranieri. Sono competenze che oggi diamo per scontate e che allora andavano costruite da zero.
C'è anche un tratto estetico riconoscibile. I personaggi Pagot sono semplici, rotondi, leggibili da lontano, pensati per uno schermo televisivo piccolo e in bianco e nero. Eppure possiedono un'espressività notevole, affidata a pochi elementi: gli occhi, il cappello, una postura. Calimero, con il guscio in testa e il broncio, ne è l'esempio perfetto.
Raccontare la Pagot Film significa raccontare l'intera parabola dell'animazione commerciale italiana del Novecento, dal sogno del lungometraggio alla televisione, dalla bottega artigiana alla coproduzione internazionale. Pochi studi europei possono vantare una continuità simile, tenuta insieme per tre generazioni dallo stesso cognome.


