Mamoru Hosoda e lo Studio Chizu, la famiglia raccontata tra estati e reti digitali
Dalla Toei ai Digimon, dalla rinuncia a Howl fino a Mirai, Hosoda ha costruito un cinema popolare centrato su genitori, figli e mondi virtuali. Un percorso coerente e poco celebrato in Italia.

Nei primi anni Duemila lo Studio Ghibli scelse un regista esterno per Il castello errante di Howl. Era Mamoru Hosoda, allora noto soprattutto per due film dei Digimon. Il progetto si interruppe, Hosoda tornò alla Toei e il film fu poi diretto da Miyazaki. Per molti registi sarebbe stata una sconfitta definitiva. Per lui fu l'inizio di una carriera autonoma che lo ha reso uno dei nomi di punta del cinema d'animazione giapponese.
La formazione alla Toei
Hosoda nasce nel 1967 nella prefettura di Toyama e studia pittura a olio all'istituto d'arte di Kanazawa. Nel 1991 entra alla Toei Animation come animatore. Negli anni Novanta lo studio produce serie di enorme successo, e lui lavora ai disegni chiave di diversi titoli prima di passare alla regia di episodi televisivi.
Il primo segnale arriva con il mediometraggio Digimon Adventure (1999) e soprattutto con Digimon Adventure: Our War Game! (2000). In quaranta minuti Hosoda racconta una battaglia contro un virus informatico che invade la rete, mentre i protagonisti la combattono da casa, uno con la nonna in cucina, l'altro in camera. Lo stile è nitido, il montaggio rapido, la regia attenta alla geometria delle inquadrature.
La svolta con Madhouse
Dopo l'esperienza con Ghibli, Hosoda si sposta alla Madhouse e dirige La ragazza che saltava nel tempo (2006), libero seguito del romanzo di Yasutaka Tsutsui. Una liceale scopre di poter tornare indietro di qualche minuto e usa il potere per piccole vittorie quotidiane, finché le conseguenze diventano serie. Il film esce in poche sale, cresce con il passaparola e diventa un caso.
Con Summer Wars (2009) torna all'idea di Our War Game. Un ragazzo timido, una grande famiglia di provincia riunita per il compleanno della bisnonna, e un mondo virtuale chiamato Oz minacciato da un'intelligenza artificiale. La parte reale è disegnata in stile tradizionale, quella digitale ha un'estetica piatta e coloratissima, con folle di avatar.
Lo Studio Chizu e il tema della famiglia
Nel 2011 Hosoda fonda con il produttore Yūichirō Saitō lo Studio Chizu. Da allora i suoi film si concentrano sempre più sulla famiglia nelle sue forme diverse.
- Wolf Children (2012) segue una madre che cresce da sola due figli metà umani e metà lupi, prima in città e poi in campagna.
- The Boy and the Beast (2015) è il rapporto tra un ragazzo senza padre e un guerriero bestiale che diventa suo maestro.
- Mirai (2018), candidato all'Oscar, racconta un bambino di quattro anni geloso della sorellina appena nata.
- Belle (2021) riprende il mondo virtuale, rileggendo La bella e la bestia attraverso una ragazza che canta online.
Uno stile riconoscibile
Hosoda lavora per sottrazione sui personaggi. I volti hanno pochissime ombre, spesso nessuna, e questo permette di animarli con grande espressività. Gli ambienti invece sono ricchi e concreti, case di campagna, stazioni, cucine. Ama le inquadrature fisse e simmetriche, a volte lunghe, in cui i personaggi entrano ed escono dal campo.
Il suo cinema è stato accusato di sentimentalismo, e alcune trame cedono alla spiegazione. Resta il fatto che pochi registi hanno raccontato con altrettanta continuità la fatica concreta di fare il genitore, tema raro nell'animazione giapponese, più abituata a eroi adolescenti senza adulti intorno.


