La rosa di Bagdad, il lungometraggio di Domeneghini nato sotto le bombe
Avviato nei primi anni Quaranta e uscito nel 1949, il film di Anton Gino Domeneghini è il primo grande lungometraggio animato a colori italiano. Una produzione trasferita in campagna per sfuggire alla guerra.

Mentre Milano veniva bombardata, una piccola folla di disegnatori, coloritrici e scenografi lavorava in una villa della Franciacorta a un film di principesse e geni della lampada. Il committente e regista era Anton Gino Domeneghini, un uomo che veniva dalla pubblicità e non dal cinema. Il film era La rosa di Bagdad, e avrebbe impiegato quasi sette anni per arrivare in sala.
Un pubblicitario prestato all'animazione
Domeneghini aveva diretto un'agenzia pubblicitaria di successo e conosceva bene il potere dell'immagine disegnata. All'inizio degli anni Quaranta, con il mercato pubblicitario paralizzato dalla guerra, decise di riconvertire la propria struttura in uno studio di animazione, la IMA Film. L'idea era ambiziosa: realizzare un lungometraggio a colori in grado di reggere il confronto con le produzioni americane.
Quando i bombardamenti resero impossibile lavorare in città, lo studio si trasferì a Bornato, nel Bresciano. Lì la lavorazione proseguì per anni, con una squadra composta in buona parte da artisti provenienti dall'illustrazione e dalla pittura, molti dei quali impararono il mestiere dell'animazione direttamente sul campo.
La storia e lo stile
Il racconto attinge all'immaginario delle Mille e una notte. Al centro c'è la principessa Zeila, promessa a un califfo, e il giovane Amin, suonatore dal cuore puro che dovrà sventare le trame di un perfido sceicco e dei suoi alleati. Non mancano maghi, incantesimi, animali parlanti e un trio di consiglieri buffi che fanno da contrappunto comico.
Visivamente il film guarda a Disney, com'era inevitabile per chiunque si cimentasse con il lungometraggio in quegli anni, ma la sensibilità decorativa è diversa. Gli sfondi sono ricchissimi, debitori dell'illustrazione italiana di inizio secolo, con architetture orientali disegnate con una cura quasi miniaturistica. La colonna sonora fu affidata al compositore Riccardo Pick-Mangiagalli, che scrisse una partitura di impianto sinfonico.
1949, l'anno dei due esordi
La rosa di Bagdad uscì nel 1949, lo stesso anno de I fratelli Dinamite dei Pagot. I due film vengono spesso indicati insieme come l'atto di nascita del lungometraggio animato italiano, e la questione di quale dei due meriti il primato divide da sempre appassionati e storici. Conta forse di più notare che entrambi erano stati concepiti e in gran parte realizzati durante la guerra, in condizioni durissime.
Il film di Domeneghini ebbe anche una vita internazionale. Nei primi anni Cinquanta ne fu preparata una versione in lingua inglese, The Singing Princess, in cui le canzoni della principessa erano interpretate da una giovanissima Julie Andrews. È un dettaglio che ancora oggi sorprende chi lo scopre.
Un'impresa senza seguito
Nonostante il successo d'immagine, la IMA Film non riuscì a trasformare il lungometraggio nel primo passo di una produzione continua. I costi erano stati enormi e il mercato italiano non era in grado di assorbirli. Domeneghini tornò alla pubblicità, e molti dei disegnatori formati a Bornato confluirono negli studi che, pochi anni dopo, avrebbero lavorato per Carosello.
Rivisto oggi, il film mostra i limiti di una squadra che stava imparando mentre produceva. Alcune animazioni sono rigide, il ritmo cede in certi passaggi. Ma la qualità degli sfondi e la coerenza dell'insieme restano notevoli, soprattutto pensando a dove e quando fu realizzato.
Negli anni il film è stato restaurato e riproposto in rassegne e festival, e la sua storia produttiva è diventata un capitolo fisso di ogni storia dell'animazione europea. È la prova che negli anni Quaranta l'Italia aveva artisti capaci di affrontare un lungometraggio. Mancava ancora un sistema che permettesse di farne un secondo.


