Fenachistoscopio, zootropio, prassinoscopio, i giocattoli che inventarono l'animazione

Prima della pellicola c'erano dischi forati, tamburi rotanti e specchi. Come una manciata di oggetti da salotto dell'Ottocento ha fissato le regole del disegno in movimento.

Zoetrope (AM 2001.6.1-10)
Immagine: Autore sconosciuto · CC BY 4.0 · Wikimedia Commons

Nel 1832 un fisico belga di nome Joseph Plateau incollò una serie di disegni lungo il bordo di un disco di cartone, praticò delle fessure tra un'immagine e l'altra e mise il tutto davanti a uno specchio. Facendo girare il disco e guardando attraverso le fessure, le figure si muovevano. Era nato il fenachistoscopio, e con lui l'idea che sta ancora alla base di ogni cartone animato: una sequenza di immagini fisse, leggermente diverse, mostrate in rapida successione.

Quasi negli stessi mesi, a Vienna, il matematico Simon Stampfer arrivava a un dispositivo analogo, battezzato stroboscopio. Le due invenzioni nascevano da studi scientifici sulla percezione, ma finirono presto nei negozi di giocattoli. È una costante di questa storia. Gli strumenti dell'animazione sono passati di continuo dal laboratorio al salotto borghese, e solo dopo, molto dopo, al cinema.

Il disco e il tamburo

Il fenachistoscopio aveva un limite evidente. Poteva usarlo una persona alla volta, con l'occhio incollato alle fessure e il disco riflesso nello specchio. Il passo successivo fu portare le immagini su un supporto che più spettatori potessero guardare insieme.

Lo zootropio risolse il problema rovesciando la geometria. Un cilindro aperto in alto, con fessure verticali sulla parete, conteneva all'interno una striscia di carta disegnata. Si faceva ruotare il tamburo e si guardava attraverso le fessure dal lato opposto. Il principio era stato descritto dal matematico inglese William George Horner già nel 1834, con il nome di daedaleum, ma il successo commerciale arrivò negli anni Sessanta dell'Ottocento, quando versioni economiche cominciarono a circolare in Inghilterra e negli Stati Uniti. Le strisce erano intercambiabili e si vendevano a serie: acrobati, cavalli al galoppo, giocolieri, uomini che saltano la corda.

Proprio quella striscia di carta è un antenato diretto del lavoro dell'animatore. Chi disegnava per lo zootropio doveva risolvere problemi che oggi chiameremmo di animazione ciclica: il movimento deve chiudersi su sé stesso, l'ultimo fotogramma deve raccordarsi al primo, le distanze fra una posizione e l'altra devono essere regolari perché l'effetto non scatti. Sono gli stessi calcoli di chi, un secolo dopo, avrebbe animato una camminata in loop per una serie televisiva.

Lo specchio di Reynaud

Le fessure avevano però un difetto: oscuravano l'immagine e la rendevano tremolante. Nel 1877 il francese Émile Reynaud, insegnante di scienze a Le Puy, brevettò il prassinoscopio. Al centro del tamburo collocò un prisma di specchi, tanti quante erano le immagini della striscia. Ogni specchio rifletteva un disegno e lo spettatore guardava i riflessi invece che le fessure. Il risultato era un'immagine più luminosa e più stabile.

Il prassinoscopio fu premiato all'Esposizione di Parigi del 1878 e divenne un piccolo oggetto di culto. Reynaud non si fermò. Negli anni successivi ne sviluppò varianti con un fondale scenografico, il prassinoscopio-teatro, e poi una versione a proiezione. Da lì sarebbe arrivato al Théâtre Optique, ma questa è un'altra storia.

Il libretto sfogliabile

Accanto a questi apparecchi ne esisteva uno che non richiedeva nulla, se non il pollice. Il libretto a fogli da sfogliare, che in inglese si chiama flip book, venne brevettato in Inghilterra nel 1868 da John Barnes Linnett con il nome di kineograph. È ancora oggi il modo in cui molti animatori verificano a mano una sequenza prima di passarla allo scanner.

Una spiegazione sbagliata, un'intuizione giusta

Per tutto l'Ottocento il funzionamento di questi giocattoli fu attribuito alla cosiddetta persistenza della visione, l'idea che l'immagine resti impressa sulla retina per una frazione di secondo e si fonda con la successiva. La psicologia della percezione ha poi ridimensionato questa spiegazione: l'impressione di movimento nasce da meccanismi più complessi, elaborati dal cervello, che gli studiosi hanno descritto come movimento apparente.

L'errore teorico non tolse nulla all'intuizione pratica. Plateau, Horner, Stampfer e Reynaud avevano capito che il movimento si può scomporre, disegnare pezzo per pezzo e ricomporre. Avevano capito anche che servono regolarità, ritmo, un otturatore che separi le immagini. La macchina da presa cinematografica, con il suo meccanismo a intermittenza, avrebbe ereditato tutto questo.

Chi oggi entra in un museo del cinema, a Torino come a Parigi o a Londra, trova questi oggetti nelle prime sale, spesso in vetrine basse pensate per i bambini. Vale la pena farli girare, quando è permesso. In pochi secondi si capisce perché l'animazione 2D, prima ancora di diventare un'industria, sia stata una forma di stupore domestico.

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