Gibba, l'animatore ligure che attraversò il dopoguerra con la matita
Francesco Maurizio Guido, in arte Gibba, è una figura di culto dell'animazione italiana. Dal neorealismo disegnato alla pubblicità fino ai lungometraggi per adulti, una carriera fuori dai binari.

Nelle storie dell'animazione italiana il suo nome compare spesso tra parentesi, come una nota a margine. Eppure Francesco Maurizio Guido, conosciuto da tutti come Gibba, ha attraversato oltre mezzo secolo di disegno animato con una coerenza e un'indipendenza rare. Ligure, legato per tutta la vita alla sua terra, ha lavorato ai margini dell'industria e proprio per questo ha potuto permettersi scelte che altri non avrebbero fatto.
Un neorealista con la matita
L'esordio di Gibba si colloca nell'immediato dopoguerra, in un'Italia che stava ricostruendo anche il proprio cinema. Il suo cortometraggio più citato di quegli anni, L'ultimo sciuscià, porta nel titolo una parola che rimanda direttamente al cinema neorealista e ai bambini lustrascarpe delle città occupate. È un tentativo raro di raccontare con l'animazione la realtà sociale del momento, invece di rifugiarsi nella favola.
Questa scelta dice molto del suo approccio. Gibba non voleva fare un Disney italiano. Cercava un'animazione che avesse qualcosa da dire sul presente, con un segno personale e un tono amaro, lontano dalla dolcezza dei cartoon americani che dominavano le sale.
Il lavoro su commissione
Come quasi tutti gli animatori della sua generazione, Gibba trovò nella pubblicità una fonte di lavoro più stabile del cinema, mettendo a frutto la sua abilità tecnica e la sua rapidità. È un capitolo meno noto della sua carriera, ma importante per capire come gli autori indipendenti riuscissero a sopravvivere in un mercato senza sbocchi per il cinema d'autore.
Parallelamente continuò a coltivare progetti personali, spesso realizzati con mezzi limitati e destinati a un circuito ristretto di festival e cineclub.
I lungometraggi per adulti
Negli anni Settanta Gibba firmò alcuni lungometraggi animati destinati a un pubblico adulto, con contenuti erotici e satirici. Era un periodo in cui in Europa e negli Stati Uniti l'animazione stava scoprendo nuovi territori, e diversi autori provavano a uscire dal recinto del cinema per ragazzi. I film di Gibba si inseriscono in questa tendenza con una vena grottesca e popolare.
Sono opere discontinue, nate in condizioni produttive difficili, ma testimoniano la volontà di usare l'animazione per raccontare temi che la produzione mainstream evitava. In un'Italia dove il disegno animato era identificato quasi esclusivamente con l'infanzia e la pubblicità, si trattava di una scelta controcorrente.
Il riconoscimento tardivo
Per molti anni Gibba è stato conosciuto soprattutto dagli addetti ai lavori. La riscoperta è arrivata più tardi, grazie a rassegne, retrospettive e al lavoro di studiosi che hanno ricostruito la sua filmografia e il suo contributo alla storia del settore. Festival e cineteche gli hanno dedicato omaggi, e la sua figura è diventata un punto di riferimento per chi studia l'animazione indipendente italiana.
La ricostruzione della sua opera non è semplice. Molti materiali sono dispersi, alcune date incerte, diversi lavori pubblicitari non sono stati catalogati con precisione. È un problema comune a molti autori italiani della sua generazione, che lavoravano in un contesto dove la conservazione non era una priorità.
Perché ricordarlo
La traiettoria di Gibba illumina un aspetto spesso trascurato dell'animazione italiana: l'esistenza di un'area indipendente, artigianale, anche irregolare, accanto agli studi più strutturati. Autori come lui hanno tenuto aperta la possibilità di un'animazione per adulti, legata alla realtà e al commento sociale, in anni in cui sembrava non esserci spazio per nulla del genere.
Il suo percorso ricorda anche quanto l'animazione italiana sia sempre stata policentrica. Accanto a Milano e Roma, centri come la Liguria hanno espresso figure capaci di lavorare con continuità, spesso lontano dai riflettori. Riscoprirle significa avere un quadro più completo, e più vero, di una storia ancora in larga parte da scrivere.


