Dumbo, sessantaquattro minuti di essenzialità nel pieno della crisi Disney

Breve, economico e realizzato mentre lo studio attraversava uno sciopero, Dumbo è il lungometraggio Disney più semplice e forse il più commovente dell'epoca classica.

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Immagine: IISG · CC BY-SA 2.0 · Wikimedia Commons

Sessantaquattro minuti. Tanto dura Dumbo, uscito nell'ottobre 1941, ed è la prima cosa da sapere per capirlo. Dopo i costi enormi di Pinocchio e Fantasia, e con i mercati europei chiusi dalla guerra, la Disney aveva bisogno di un film rapido ed economico. Il risultato è il lungometraggio più compatto della sua epoca d'oro, privo di ornamenti superflui e proprio per questo sorprendentemente intenso.

Una storia piccola

Il soggetto veniva da un breve racconto di Helen Aberson e Harold Pearl, pensato originariamente per un libro illustrato. La supervisione della regia fu affidata a Ben Sharpsteen. La trama è lineare: un elefantino nato con orecchie enormi viene deriso dal circo, separato dalla madre, umiliato come clown, finché scopre di saper volare.

Lo stile riflette le ristrettezze. I fondali sono acquerelli più semplici e luminosi di quelli di Biancaneve, i personaggi hanno forme tondeggianti e caricaturali, quasi da cortometraggio. Nessuno di questi limiti indebolisce il film. Al contrario, la semplicità grafica lascia spazio alla recitazione, che in Dumbo raggiunge momenti di finezza rara.

Il protagonista che non parla

Dumbo non dice una parola in tutto il film. Ogni emozione passa attraverso gli occhi, le orecchie, la postura. Bill Tytla, che lo animò nelle scene principali, costruì il personaggio osservando, secondo i racconti dello studio, il proprio figlio piccolo. Il risultato è un bambino credibile, con la sua timidezza e i suoi slanci improvvisi.

La scena di Bimbo mio (Baby Mine) è il centro emotivo dell'opera. La madre, rinchiusa in un carro come elefante pericoloso, riesce solo a far uscire la proboscide tra le sbarre per cullare il figlio. Non vediamo quasi il suo volto. Bastano una proboscide e una ninnananna, e il film ottiene ciò che produzioni molto più costose cercavano senza riuscirci. La canzone fu candidata all'Oscar, mentre la colonna sonora di Frank Churchill e Oliver Wallace vinse la statuetta.

Gli elefanti rosa

Poi, a metà film, Dumbo cambia natura. L'elefantino e il topo Timoteo bevono per errore acqua corretta con lo champagne, e lo schermo si riempie di elefanti rosa che marciano, si deformano, si moltiplicano, diventano serpenti, piramidi, danzatrici. La sequenza degli elefanti rosa (Pink Elephants on Parade) è un pezzo di animazione surreale quasi autonomo dal racconto, con fondali neri, colori acidi e una logica onirica che anticipa l'immaginario psichedelico di vent'anni dopo.

È anche la prova che lo studio, pur lavorando in economia, non aveva perso il gusto della sperimentazione. Qui riaffiora qualcosa di Fantasia, ma messo al servizio di una gag e di uno stato d'animo.

I corvi e il contesto

Il film fu realizzato mentre nello studio si consumava il grande sciopero degli animatori del 1941, una frattura che cambiò per sempre i rapporti interni alla Disney. Alcuni critici hanno letto nella sequenza dei clown che decidono di chiedere un aumento al capo una frecciata agli scioperanti.

Più discussa è la scena dei corvi, che aiutano Dumbo a credere in se stesso ma sono costruiti con caricature vocali e gestuali degli afroamericani dell'epoca, e il cui capo si chiamava nella sceneggiatura Jim Crow, come le leggi segregazioniste. La sequenza è oggi accompagnata da avvertenze sulle piattaforme dello studio. Va vista sapendo cosa rappresenta, senza rimuoverla dal discorso critico.

Resta un film di dolcezza disarmante, che dimostra quanto la forza dell'animazione dipenda meno dal budget che dalla precisione del gesto. Una proboscide tra le sbarre vale più di qualunque carrellata multiplano.

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