Il disco di animazione e la barra a perni, gli oggetti che tengono fermo il disegno

Tre perni di metallo e un disco che ruota. Il sistema di registro Acme e il disco di animazione sono il fondamento fisico dell'animazione tradizionale, e spiegano molte logiche del digitale.

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Illustrazione generata con intelligenza artificiale (Magnific) per Animazione2D

Prendete due fogli di carta, disegnate un cerchio sul primo e un cerchio leggermente spostato sul secondo. Ora sovrapponeteli e provate a farli combaciare esattamente come prima. È impossibile, a meno di avere un sistema che blocchi i fogli sempre nella stessa posizione. Senza questo sistema l'animazione tradizionale tremerebbe come un film girato su una barca. Da questa esigenza nascono due degli oggetti più caratteristici della scrivania di un animatore: la barra a perni e il disco di animazione.

Il problema del registro

In animazione si chiama registro la corrispondenza esatta tra la posizione di un disegno e quella del successivo. Se i fogli si spostano anche di un millimetro, la figura sullo schermo sembrerà vibrare. Per questo, fin dai primi decenni del Novecento, gli studi hanno cercato metodi per forare la carta e fissarla a supporti identici, così che ogni disegno occupasse sempre lo stesso posto rispetto alla telecamera.

Si sono succeduti diversi sistemi. Il più diffuso a livello internazionale porta il nome di Acme, un'azienda americana che produceva apparecchiature per il banco di ripresa. Lo standard Acme prevede tre fori nella carta: uno rotondo al centro e due allungati ai lati. La barra corrispondente ha tre perni con la stessa forma. Il foro centrale rotondo blocca il foglio, quelli laterali allungati ne impediscono la rotazione lasciando un minimo margine per la dilatazione della carta.

In Giappone si è diffuso un sistema diverso, con fori rotondi, e altri standard sono esistiti in vari Paesi. Per lavorare con uno studio bisognava avere la carta forata con lo stesso sistema, e i perforatori professionali sono strumenti robusti e costosi.

La barra a perni

La barra a perni è una striscia di metallo o di plastica con i tre perni sporgenti. Si fissa al tavolo da disegno, al disco o al banco di ripresa. L'animatore infila i fogli sui perni e disegna. Quando passa al foglio successivo lo infila sopra il precedente, e grazie al registro i disegni si sovrappongono perfettamente.

Alcune barre sono mobili, montate su guide graduate. Servivano per i movimenti di fondo e di camera: spostando la barra di una certa misura a ogni fotogramma si otteneva una panoramica regolare. Il foglio di esposizione indicava di quanto spostarla, e l'operatore di ripresa eseguiva.

Il disco che gira

Il disco di animazione è un cerchio di metallo o di plastica con al centro una finestra di vetro o plexiglas opaco. Si inserisce in un tavolo con una luce sottostante, e sopra o sotto la finestra si montano le barre a perni. Il disco può ruotare dentro il suo alloggiamento.

La rotazione ha una funzione precisa. Disegnare una curva con il polso in posizione scomoda produce linee incerte. Ruotando il disco l'animatore porta il foglio nell'angolazione più naturale per la mano, come fa uno scrittore che inclina il quaderno. Per tracciare archi, profili e linee lunghe è un aiuto enorme.

I dischi di buona qualità hanno anche righelli graduati e possono ospitare barre in alto e in basso, così da tenere i fogli per entrambe le estremità.

L'eredità nel digitale

Chi anima in digitale non usa più perni né dischi, ma ne ritrova la logica ovunque. La possibilità di ruotare la tela nei programmi di animazione nasce dal disco. Le pegs di Harmony, cioè elementi a cui si agganciano disegni e trasformazioni, prendono il nome proprio dalle barre a perni. Il concetto stesso di disegno che resta allineato al precedente è il registro tradotto in software.

Molte scuole insegnano ancora le basi con carta, perni e disco. Disegnare su un foglio, sfogliarlo tra le dita e vedere il movimento nascere sotto la luce resta uno dei modi più efficaci per capire come funziona l'animazione. E più di un professionista, dopo anni di lavoro digitale, tiene un vecchio disco sulla scrivania per i momenti in cui ha bisogno di ragionare con la matita.

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