Biancaneve e i sette nani, la scommessa che inventò il lungometraggio animato

Nel 1937 Hollywood lo chiamava la follia di Disney. Rivisto oggi, il primo lungometraggio dello studio mostra un'ambizione tecnica e drammatica che nessuno allora riteneva possibile.

Carthay Circle Theater - Jun 1926 MPN
Immagine: Producers Distr. Corp. · Public domain · Wikimedia Commons

A Hollywood, mentre lo studio lavorava al film, circolava un soprannome poco lusinghiero: Disney's Folly, la follia di Disney. L'idea che il pubblico potesse restare seduto per oltre un'ora davanti a dei disegni sembrava a molti un azzardo commerciale senza senso. La sera del 21 dicembre 1937, al Carthay Circle Theatre di Los Angeles, Biancaneve e i sette nani dimostrò il contrario, e da quella proiezione discende tutto quello che chiamiamo lungometraggio animato.

Un cortometraggio non bastava più

Alla metà degli anni Trenta Walt Disney aveva vinto quasi tutto ciò che si poteva vincere con le Silly Symphonies. Il problema era che il cortometraggio, per quanto prestigioso, rendeva poco e restava un riempitivo prima del film principale. Il passaggio alla lunga durata imponeva però un salto di qualità: personaggi capaci di reggere emozioni vere, una recitazione credibile, un mondo coerente per ottanta minuti.

La regia fu supervisionata da David Hand, con diversi registi di sequenza tra cui Wilfred Jackson, Ben Sharpsteen, Perce Pearce, Larry Morey e William Cottrell. Lo studio si era preparato per anni, con corsi di disegno dal vero e cortometraggi usati come banco di prova. Il vecchio mulino, uscito anch'esso nel 1937, servì a collaudare la cinepresa multiplano, il dispositivo che sovrapponeva più lastre di vetro dipinte a distanze diverse e restituiva la profondità di campo. Nel bosco di Biancaneve quell'invenzione diventa racconto.

La fiaba come film dell'orrore

La sequenza più famosa è anche la più spaventosa. Biancaneve fugge nella foresta e gli alberi si trasformano in mani artigliate, i tronchi in fauci, gli occhi degli animali in lampi gialli nel buio. È espressionismo puro, girato in un film per famiglie. Poco dopo, la paura si scioglie nella luce del mattino e quegli stessi occhi appartengono a coniglietti e cerbiatti. Il passaggio dal terrore alla tenerezza dura pochi secondi, ed è il modo in cui Disney insegnò al pubblico che un cartone poteva cambiare registro senza perdere credibilità.

La Regina cattiva segue la stessa logica. Nella sua forma regale è rigida, quasi statuaria, disegnata con un rigore che la avvicina a un'attrice del muto. La trasformazione in strega, con la pozione che la deforma tra vortici di colore, appartiene invece a un altro cinema, più vicino all'horror della Universal che alle fiabe illustrate.

Sette caratteri, una sola casa

Il cuore comico del film sta nei nani. Dotto, Brontolo, Gongolo, Pisolo, Eolo, Mammolo e Cucciolo hanno corpi simili ma personalità nettamente distinte, e la sfida per gli animatori fu farle leggere nel movimento prima ancora che nei dialoghi. Fred Moore definì la loro morbidezza, Bill Tytla diede a Brontolo il peso del suo malumore. Quando, alla fine, Brontolo piange sul corpo di Biancaneve, l'effetto funziona proprio perché per tutto il film lo abbiamo visto resistere a qualsiasi tenerezza.

Biancaneve è il personaggio più fragile sul piano grafico. Le figure umane realistiche erano il terreno meno sicuro per lo studio, e in alcune scene la protagonista appare più rigida dei comprimari. Gli animatori lavorarono anche su riprese dal vero di riferimento, con risultati alterni. La voce di Adriana Caselotti, acuta e operettistica, colloca il personaggio in un'epoca precisa.

Le canzoni di Frank Churchill e Larry Morey, da Ehi-ho a Il mio amore un dì verrà, entrano nella struttura come numeri integrati, un modello che il musical animato avrebbe adottato per decenni.

Che cosa resta oggi

Rivederlo adesso significa fare i conti con una protagonista che desidera soprattutto essere salvata e con un'idea di femminilità domestica molto lontana dalla sensibilità attuale. Sarebbe però un errore liquidarlo come reperto. La qualità dei fondali ad acquerello, la cura degli effetti speciali (acqua, luce, polvere), la capacità di passare dal comico al tragico restano lezioni di messa in scena.

Nel 1939 l'Academy riconobbe il risultato con un Oscar onorario consegnato in una forma rimasta celebre, una statuetta normale accompagnata da sette statuette in miniatura. Era un gesto scherzoso. Il film che lo aveva provocato, invece, aveva cambiato sul serio l'industria.

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