Animazione piena e animazione limitata, due estetiche più che due budget

La limitata è nata spesso per risparmiare, ma nelle mani dell'UPA, della scuola di Zagabria e dell'anime è diventata un linguaggio con regole proprie. Un confronto senza gerarchie.

Gertie the Dinosaur rears on her hind legs (original art)
Immagine: Winsor McCay · Public domain · Wikimedia Commons

Il pregiudizio è antico e resistente: l'animazione piena sarebbe quella vera, la limitata una versione impoverita, una scorciatoia per la televisione. La storia dice altro. Alcune delle opere più innovative del Novecento sono nate proprio dalla decisione di muovere meno, e alcune delle più costose sono state dimenticate.

Per capire la differenza conviene partire dalle definizioni. L'animazione piena, in inglese full animation, cerca un movimento continuo e fluido di tutto il personaggio, con molti disegni al secondo (spesso a uno o a due) e un'attenzione costante alla fisicità: peso, sovrapposizione delle parti, pose di passaggio. L'animazione limitata riduce il numero di disegni, riutilizza parti del corpo, tiene ferme le pose a lungo, muove solo ciò che serve.

La lezione dell'UPA

Negli Stati Uniti la limitata nasce come scelta estetica prima ancora che come necessità industriale. Alla fine degli anni Quaranta un gruppo di artisti usciti dalla Disney, in buona parte dopo lo sciopero del 1941, fonda la United Productions of America. L'UPA rifiuta il naturalismo disneyano e guarda alla pittura moderna, al design grafico, all'illustrazione contemporanea.

Gerald McBoing-Boing (1950), diretto da Robert Cannon e premiato con l'Oscar, ne è il manifesto. I personaggi sono forme piatte, i fondali quasi vuoti, il movimento essenziale. Ogni gesto è una scelta grafica, e la limitazione diventa stile. Il pubblico e la critica dell'epoca colsero la novità, e per qualche anno l'UPA influenzò perfino i grandi studi.

Zagabria e l'Europa

Negli stessi anni in Jugoslavia si afferma la scuola di Zagabria, con autori come Dušan Vukotić. Il suo Surogat (1961) è il primo cortometraggio non americano a vincere l'Oscar per l'animazione. Anche qui la limitata è un linguaggio: personaggi geometrici, movimenti a scatti, una satira secca e intelligente. I mezzi ridotti costringono a concentrare il senso nella forma e nell'idea, e il risultato è un cinema d'autore riconoscibile.

La televisione e le sue ombre

La versione più nota, e più criticata, della limitata è quella della televisione americana a partire dalla fine degli anni Cinquanta. Lo studio di William Hanna e Joseph Barbera, dopo la chiusura del reparto animazione della MGM, mette a punto un sistema produttivo capace di realizzare grandi quantità di episodi a costi bassi. Corpi immobili con la sola bocca che si muove, cicli di camminata ripetuti, fondali che scorrono in loop durante gli inseguimenti, dialoghi a sostenere quasi tutto il racconto.

Il sistema funziona, e produce personaggi popolarissimi. Ma spesso la limitazione non ha più un progetto estetico dietro, ed è da qui che nasce la cattiva fama del termine.

L'anime come grammatica

Il caso più interessante è quello giapponese. Quando Osamu Tezuka porta in televisione Astro Boy nel 1963, deve produrre un episodio a settimana con risorse limitatissime. La soluzione combina animazione a tre (otto disegni al secondo), riutilizzo sistematico di sequenze, inquadrature fisse con movimenti di macchina sul disegno, primi piani statici con dettagli animati.

Nei decenni successivi questi espedienti diventano un vocabolario. L'anime impara ad alternare pose congelate e scoppi di movimento fluidissimo, a usare il fermo immagine come accento drammatico, a costruire tensione con linee cinetiche e fondali astratti. La limitazione si trasforma in un sistema di contrasti ritmici che l'animazione piena, con il suo flusso continuo, non conosce.

Scegliere

Oggi la distinzione è meno netta di un tempo. Il digitale ha abbassato i costi di alcune operazioni e alzato quelli di altre, e molti film mescolano liberamente le due logiche. La domanda utile, per chi progetta un'opera, riguarda il rapporto tra movimento e senso. Muovere tutto può rendere il mondo vivo e fisico; muovere poco può dare peso a ogni gesto. Nessuna delle due strade è superiore in sé. Lo diventa quando è coerente con ciò che il film vuole dire.

animazione limitataanimazione pienaUPAanimescuola di Zagabria

Leggi anche

Ogni venerdì nella tua casella

L’animazione 2D, una lettera alla volta