Gli anni Trenta e il Pinocchio incompiuto, l'animazione italiana prima della guerra

Tra cortometraggi pubblicitari, satira e propaganda, negli anni Trenta l'Italia provò a costruire un'industria del disegno animato. Il simbolo di quella stagione è un lungometraggio mai finito.

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Illustrazione generata con intelligenza artificiale (Magnific) per Animazione2D

Nel 1935 un gruppo di disegnatori romani si mise in testa di battere Walt Disney sul tempo. L'obiettivo era un lungometraggio animato a colori tratto dal libro italiano più famoso nel mondo, Le avventure di Pinocchio. La società si chiamava Cartoni Animati Italiani Roma, in sigla Cair, e tra i nomi coinvolti la storiografia ricorda Raoul Verdini e Umberto Spano. Il film non fu mai completato. Ne sopravvivono materiali preparatori e qualche spezzone, abbastanza per capire l'ambizione e le difficoltà.

Un mestiere senza industria

Per tutti gli anni Venti e Trenta l'animazione italiana fu un'attività di botteghe. Disegnatori provenienti dall'illustrazione e dal fumetto realizzavano brevi film pubblicitari, inserti per i cinegiornali, cortometraggi comici proiettati prima del film principale. A Milano erano attivi i fratelli Carlo e Vittorio Cossio, a Roma Luigi Liberio Pensuti, autore di cortometraggi satirici e, più tardi, di film di propaganda legati al regime.

Il problema era strutturale. Mancavano capitali, mancava una rete di distribuzione dedicata, mancavano soprattutto tecnici formati alla catena di montaggio che negli Stati Uniti aveva reso possibile la produzione regolare. Ogni film era un piccolo prototipo, costruito da poche persone con mezzi artigianali.

Il modello americano

Il confronto con Hollywood era inevitabile. I cortometraggi di Topolino e delle Silly Symphonies circolavano nelle sale italiane e venivano amatissimi dal pubblico, mentre la stampa cinematografica discuteva di come creare un'animazione nazionale. Il regime vedeva nel cinema uno strumento di consenso e l'Istituto Luce produceva materiali in cui comparivano anche inserti animati di carattere didattico o propagandistico.

Il Pinocchio della Cair nasceva in questo clima. Puntava sul colore, su una produzione di respiro internazionale e su un soggetto che nessuno poteva contestare all'Italia. La lavorazione però si inceppò su problemi tecnici e finanziari, e quando Disney presentò il suo Pinocchio nel 1940 l'occasione era ormai sfumata.

Rubino e il paese dei ranocchi

Un altro nome che merita attenzione è Antonio Rubino, uno dei padri del Corriere dei Piccoli, illustratore dal segno elegante e decorativo. All'inizio degli anni Quaranta firmò il cortometraggio Nel paese dei ranocchi, un piccolo film a colori che trasportava sullo schermo il suo universo grafico fatto di linee morbide e ornamenti liberty.

L'esperienza di Rubino mostra un'alternativa possibile al modello americano. Invece di imitare la gomma elastica dei personaggi disneyani, partiva dalla tradizione dell'illustrazione italiana per l'infanzia. È una strada che diversi autori riprenderanno nel dopoguerra, quando il legame tra pagina illustrata e schermo animato diventerà una delle caratteristiche più riconoscibili della scuola italiana.

Cosa resta di quella stagione

La guerra interruppe quasi tutto. Alcune produzioni si trasferirono, altre chiusero, molti materiali andarono dispersi. Eppure da quel periodo uscirono le competenze che avrebbero alimentato i due lungometraggi del 1949, La rosa di Bagdad e I fratelli Dinamite, entrambi avviati negli anni del conflitto.

Per chi studia oggi l'animazione italiana, gli anni Trenta sono un territorio difficile. Le filmografie sono incomplete, le date spesso incerte, molte opere esistono solo come citazione in riviste d'epoca. Gli archivi della Cineteca nazionale, della Cineteca di Bologna e di altri istituti conservano frammenti preziosi, e ogni restauro aggiunge un tassello.

Il Pinocchio incompiuto resta il simbolo di quella fase. Racconta un paese che aveva il talento grafico per competere e non aveva ancora la struttura produttiva per farlo. La stessa tensione, in forme diverse, accompagnerà l'animazione italiana per buona parte del Novecento.

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